Archivi del mese: febbraio 2014

 

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di | 25 febbraio 2014 · 17:33

Gianmario Lucini
Sulla poesia di Alfredo De Palchi

POESIA E MOLTINPOESIA

Alfredo De Palchi con la figlia Luce anno:1993 Alfredo De Palchi con la figlia Luce
anno:1993

Pubblico un brano di un saggio sulla poesia di Alfredo De Palchi di Gianmario Lucini. Notizie su De Palchi e sue poesie si trovano sul suo sito (qui). [E.A.]

[…]

Ma un poeta si vede soprattutto dalla scrittura, dallo stile e, proprio questo, che è l’aspetto che di solito meno esamino negli autori che critico, mi pare, in questo caso, fondamentale. Lo stile di questo poeta, infatti, dalle prime alle ultime composizioni, risulta di una sorprendente compattezza, con pochissime oscillazioni. Significa, allora che egli risolve in modo definitivo, già agli inizi della sua produzione e a livello anche teorico, la questione del linguaggio e della forma e non soltanto, ma facendo in modo che il linguaggio e la forma combaciassero e ben si accordassero alla particolarità del suo sentire, all’esuberanza della sua forza interiore o del suo vitalismo, all’imperativo (morale)…

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Sulla poesia di Alfredo De Palchi

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ANTOLOGIA IV PER IL PARNASO – Roberto Maggiani, Francesco De Girolamo, Giuseppe Panetta, Chiara Moimas, Sabino Caronia, Giuseppina Di Leo, Marzia Spinelli, Davide Cortese, Stelvio Di Spigno

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

Roberto MaggianiParnaso 1Roberto Maggiani

La paura

È un qualunque mattino di serenità:
il sole alto sull’orizzonte marino
la nuvola bianchissima nell’azzurro subtropicale
la palma ondeggiante lungomare
il frastuono dell’onda sulle pietre.

Minuti sospesi
sul baratro dell’inesistenza –
ma noi di questo non ci preoccupiamo.
Nell’Universo dal vuoto metastabile
(potrebbe disintegrarsi da un momento all’altro)
qualcuno si spaventa per una sirena

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ANTOLOGIA III PER IL PARNASO – Francesca Diano, Antonio Sagredo, Alberto Figliolia, Maria Grazia Insinga, Francesca Tuscano, Ivan Pozzoni, Antonio Coppola, Marisa Papa Ruggiero, Francesco Tarantino

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Parnaso-Apollo-Venere-Mercurio-e-le-Muse-di-Andrea-Mantegna

Francesca Diano

Congedi.FOTO FRANCESCA 2
Viatico in undici stazioni

I
L’ESCLUSA

Andavo per strade coperte di polvere
L’orlo della mia gonna sfilacciato
Non si curava di fango o sterco
I piedi scalzi – segnati dal rifiuto persino della terra.
Signori o plebei – non facevo alcuna differenza
Nessuna presenza era presenza
Ed ogni assenza – assenza.
Mi dolevano le ossa – ero una casa diroccata
Disabitata persino da me stessa
Preda di predatori e depredata di me.

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ANTOLOGIA I PER IL PARNASO – Plinio Perilli, Nina Maroccolo, Alda Cicognani, Antonella Antonelli, Adele Desideri, Adam Vaccaro, Antonio Spagnuolo, Claudia Zironi, Manuela Bellodi, Monica Martinelli, Mauro Corona

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   Parnaso-Apollo-Venere-Mercurio-e-le-Muse-di-Andrea-MantegnaANTOLOGIA  PER IL PARNASO 

Plinio Perilli       

Cacciata dal Paradisso

1

Come fiorì, questa lite? – rossa rosa
spinosa – precipitò il malessere…
Quando anche le voci cambiano, si perde
ogni ricordo: di noi, del bene, se e quanto
fummo felici… Un crepaccio ci sovrasta

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ANTOLOGIA V PER IL PARNASO. Antonio Sagredo, Umberto Simone, Gianni Iasimone, Ambra Simeone, Roberto Mosi, Marco Furia, Eugenio Lucrezi, Giorgina Busca Gernetti, Alfredo Di Rienzi, Lidia Are Caverni

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Parnaso 1

 

Antonio Sagredo3

Antonio Sagredo

cinematografo

Al banchetto della sacra mortalità tu volgevi altrove il suo sguardo basedowico.
Avevi nelle mani il cerebro di Dio sezionato allegramente da occhiceruli teologi.
Ricordavi che la giostra del pensiero illumina gli orrori della teofania ultraterrena,
ma con gli occhi di una chiavica tu miri la bellezza delle pellicole impiccate ad una corda.

Ad ogni passo una stazione che rideva… 12 stazioni di applausi, battimani straniati e
3 cadute come esche ad una sarabanda di dèmoni: non c’è sabbia né palme nei deserti!
Il parallelo s’impone, come nei massicci le creste, ai trionfi del rogo dei santi eretici:
stazioni di carbone sono le ossa… la fine è che gli occhi cercano orbite cave!

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DOVE VA LA POESIA CONTEMPORANEA? Intervista a Giorgio Linguaglossa di Daniele Santoro

GIORGIO L  Poeta e narratore, Giorgio Linguaglossa esercita da anni, con non minore interesse, una considerevole attività critica, tanto acuta quanto eversiva e dissacratoria; attività che ha trovato in passato il suo organo di “partito” nello storico quadrimestrale «Poiesis», da lui fondato e diretto dal 1993 al 2005, e che continua tutt’oggi attraverso collaborazioni a diverse riviste letterarie e pubblicazioni varie. Lo fa con la consapevolezza di chi ama la poesia incondizionatamente e non accetta di vederla asservita, come pure accade, a becere logiche di potere editoriale e alle mode del momento, manco fosse un prodotto soggetto a mercificazione. Di qui le sue battaglie, le sue accanite lotte, le sue «azioni di guerriglia e di disturbo delle istituzioni poetico-letterarie, delle loro retrovie come anche delle posizioni di punta delle poetiche egemoni», come scrive in un suo corposo libro dal titolo Appunti critici. La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte (Libreria Croce, Roma 2003).

In occasione della uscita del suo nuovo volume di saggi La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) Roma, EdiLet, 2010, abbiamo pensato di raccogliere direttamente dalla sua voce cosa pensa della poesia e di altrettante interessanti questioni intorno al fare poetico. Continua a leggere

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di | 23 febbraio 2014 · 16:37

INTERVISTA a Ninnj Di Stefano Busà

INTERVISTA rilasciata da Ninnj Di Stefano Busà

a Sandra Evangelisti blogger di Distensione del verso

D: Lei ha seguito la parola alta dei grandi maestri della poesia, il linguaggio novecentesco della grande produzione lirica. Cosa trova in essi che sia appartenuto alla tradizione attraverso le varie stratificazioni linguistiche? e se poesia di identificazione vi ha trovato, chi è stata più affine alla sua sigla personale?

R: Ho sempre considerato il poeta come soggetto del mondo, in quanto microcosmo di un “unicuum” con ascendenze mito-storiche.
In quanto microcosmo, tende ad unirsi al macrocosmo, cioé, all’unità di misura universale che abbracci la gamma completa dei singoli, le loro emozioni, le occasioni, le significazioni precursori di una valenza del pensiero tout-court. Il sentiero percorso non ha la minima importanza, l’essenziale è percorrerlo, andare oltre, fissare le parole come una narrazione che nel suo “iter” sublimi la coscienza, istruisca un dialogo tra sè e gli altri, si rapporti alle pulsioni profonde della vita come ad un “mantra”; se poi sia espressione di un classicismo, di un neorealismo, di un orfismo o quant’altro non importa.
Mi trovo più affine a Montale, a cui spesso sono stata associata, senza averne merito. Montale è un mito, un nome prestigioso dell’Olimpo della Letteratura, il suo è uno stile che ha avuto diversi seguaci: moderno, asciutto, simbolicamente riconoscibile dall’indagine storica, direi inequivocabile; egli è unico nel suo genere. Essere paragonata a lui può essere svantaggioso per me e imbarazzante, data la mia pochezza; è una grossa sfida, qualcosa di davvero incommensurabile, poiché vi è una faglia tra me e lui.

D: Lei è considerata il poeta-donna che meglio ha saputo porre l’accento su un linguaggio moderno, senza il presidio classicheggiante o non, delle varie tendenze un po’ obsolete. Il che sta come dire: Lei è a se stante, non mostra le caratteristiche dell’omologazione. La sua è una formula scrittoria versata al simbolismo? Ritiene che essa sia la caratteristica peculiare e ineludibile dell’assetto poetico che persegue?

R. Se il far poesia deve necessariamente porsi in un contesto comparativo la distensione del verso (come lei ha titolato il suo blog in maniera azzeccata) tra il vecchio e il nuovo modello, opterei per il moderno, ma l’ispirazione detta le regole, non è mai il poeta a decidere “a priori” su cosa voler rappresentare, o sul dover essere. Vi è una ragione al di là. L’ispirazione istruisce un modulo lessicale che di volta in volta decide la poesia da seguire, riguardo al modello a cui tendere, semmai, è la pulsione profonda di un individuale a colpire l’esatto obiettivo (oppure a mancarlo, a seconda dei casi). L’ orientamento in cui muoversi è la perfetta conseguenza del proprio destino di poeta, che può percepire la poesia come un organigramma, di cui l’immersion lirica è la funzione vitale del suo stesso sentire . Mai, però, in tono precostituito o prefigurato, né tanto meno, alieno o estraneo alle tendenze individuali di un soggetto poetico che ne verifichi ogni intendimento. Mi spiego meglio: la poesia è mistero, sempre. È altro persino da se stessa, finanche nella complessa vicenda del suo porsi in essere. Non si può fare poesia, senza l’individualità “assoluta” della propria pulsione profonda, a muoverla è il segnale che, dall’occasionalità, transiti poi e l’avvicini a quella “perfettibilità”, di cui ogni poeta ha bisogno e a cui tende per sua stessa natura.

D: Come si colloca il poeta nel mondo moderno?

R: E’ uno come tanti, un individuo normale travestito da con quel quid in più nel poter dire o nel “saper” dire la parola più alta e diversa dal linguaggio comune, abituale, frusto. Il poeta usa le parole come lame, o se si preferisce, bulini per il cesello: quel termine e non altro, quell’aggettivo e non un altro. Ogni poeta rappresenta la vita che pulsa, che si commuove, che lotta, che patisce. Quindi: il sarcasmo, la pietà, l’incanto, la suggestione, l’emozione, la rabbia, lo smarrimento, l’amore, la magìa, la solitudine, il dolore e, tutta la vasta gamma di ogni processo umano è alla sua portata: può colpire i tasti giusti e realizzare una melodia sublime (il testo); può non toccare mai la misura d’immenso, le infinite corde della Bellezza. Il transfert è anch’esso un mistero, una sorta di ecosistema di linguaggio criptato, dal quale il poeta deve saper decifrare i caratteri, formulando un processo linguistico. Qualsiasi “parola” convenzionale o non, perfetta o perfettibile è lì, a portata di mano, può essere usata da tutti. Solo il poeta però sa trasfigurarla, fin quasi a reinventarla col suo stile, col suo linguismo; può modularla o espanderla col suo imprinting, darle nuova vita o esauturarla con una sclerotizzazione che non ha ragion d’essere: in quel caso è meglio rivolga la sua attenzione ad altro, non alla poesia.

D: Per tornare alla critica, perché diversi suoi critici estimatori l’hanno avvicinata a Montale? Lei ritiene davvero di avere qualche affinità col grande poeta o è solo un modus critico di assembrare poeti della stessa matrice o filone biografici.

R: Non saprei dare una risposta al riguardo. La cosa mi ha sempre messo un certo imbarazzo. Non saprei individuare tra le nostre due realtà la “comunanza”.
In ogni modo, ora è certo, qualcosa di similare i miei critici devono avvertirla, se continuano ad associarmi al grande Maestro. Bontà loro, non posso che ringraziali. La critica è stata per me l’espressione più sollecitante del mio iter letterario, il termometro col quale mi sono sempre confrontata, per misurare la temperatura lirica, una temperatura supportata da grandissimi critici quali quelli che io ho avuti merita il più grande rispetto. Mi sento onorata di avere avuto l’attenzione di critici come Carlo Bo, Giovanni Raboni, Marco Forti, Attilio Bertolucci, Walter Mauro, Plinio Perilli, Arnoldo Foà, Davide Rondoni, Alda Merini, Dante Maffìa, Giorgio Bàrberi Squarotti, Emerico Giachery, Francesco d’Episcopo, Antonio Spagnuolo, Giuliano Manacorda, Arnoldo M. Mondadori, Nazario Pardini e altri.

D: In tempi di crudo disincanto, di incertezze, di violenze, di caos, come vede la Poesia?

R: La Poesia denota il suo referente nella ipotesi del suo immaginifico status “orfico”
Qualcosa che potremmo chiamare “introspezione” si trasfonde all’anima che emette i dati architettonici del pensiero. Ogni poeta ne interpreta il ruolo, la fantasia, la riflessione. L’opera d’arte riflette non solo l’idea dell’artista, ma il suo spasimo aurorale, la sua armonia di fondo, tra stile e creatività, tra presente e passato.
In questo intervallo, in questa frazione di celebrazione un po’ astratta si colloca la Poesia, quella che deve essere una rievocazione tra l’io privato e il mondo, tra la Bellezza e il valore dell’arte, detta le regole. C’è poi il responso critico della Storia, il futuro della pagina scritta, il suo cercare oltre le tenebre più fitte, la via della salvezza. la capacità di armonizzare tutte le avventure possibili nel far Poesia.

D: Per Ninnj Di Stefano Busà la Poesia è nel mondo? Essa è lo sguardo che l’attraversa e la nutre di dolore? Oppure, è l’accadimento momentaneo che determina la condizione di poeta?

R: L’una e l’altra ipotesi possono coesistere. E’ il luogo, il viaggio e la vita stessa con le esperienze di stupore, di meraviglie, di emozioni in un empito di trasformazione, di trasfert nell’, di un concetto “altro” che tutto descrive e rinnova con la fantasia. Per il poeta, la Poesia è l’alimento.
Il distacco dalla realtà in un luogo a procedere della fantasia, in cui l’ultimo fiore a dischiudersi è il caos.
E dunque, la connotazione più vicina al suo vissuto, all’esperienza del suo dolore, al fatto quotidiano che a volte ne banalizza il reale apprendistato.
Tutto è poesia. Da qui, ha inizio la sua avventura: dall’incontro con lo strazio del mondo, con l’occasione e il desiderio di superamento: la vita è la distanza tra il grido e la ferita, nel mezzo c’è la Poesia.

 

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“Appunti su Mario Luzi”, di Sandra Evangelisti

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Brevi note biografiche

” Non esiste un poeta di così lungo corso e sempre in ascolto come è Mario Luzi, il cui itinerario poetico non ha mai comportato una pigra amministrazione delle proprie ricchezze, ma si è sempre prodigalmente speso, e tuttora si spende, in diverse avventure dell’immaginazione con un esito di molteplicità che non ha eguali nel nostro secolo». Queste parole di Stefano Verdino ben introducono a questo grande poeta, il maggiore contemporaneo italiano. Mario Luzi è nato a Castello, allora frazione di Sesto Fiorentino, ora inglobato in Firenze, il 20 ottobre 1914 e «diversamente da altri importanti poeti della sua generazione come Bertolucci, Caproni e Sereni, Luzi è stato pressoché‚ subito riconosciuto: la sua era un’«immagine esemplare» (secondo una famosa definizione di Carlo Bo) già nel 1940., quando il poeta non ancora ventiseienne viveva in quella capitale della letteratura italiana che era la Firenze degli anni trenta, la città allora di Montale, Gadda, Palazzeschi, Vittorini, Gatto, Pratolini e altri. Il precoce riconoscimento comportò anche un’etichetta – Luzi poeta ermetico, anzi il poeta ermetico per antonomasia – che, mai respinta dal poeta fedele alla propria giovinezza, si è sempre più mostrata limitante e inadeguata. La vastità dell’opera luziana fa sì che egli sia un poeta plurimo come pochi e che sia emblematico di stagioni tra loro diverse: il primo Luzi (fino agli anni cinquanta) è significativo rappresentante di una lirica esistenziale (soprattutto con Sereni, suo prediletto interlocutore in poesia) di derivazione ben più montaliana di quanto l’appariscente orfismo di alcune sue punte ermetiche faccia supporre. Però poi si apre la svolta: il punto di vista non è più tra l’io e la realtà, non c’è più giudizio (o pregiudizio): l’io come tutti e tutto è nel flusso, è attraversato dalla vita, come è attraversato dalla parola: il poeta assume per sé‚ il ruolo umile e superbo di scriba, in un rinnovamento degli istituti del dire poetico e delle prospettive fondamentale per il tardo Novecento, affine, per quanto diversissimo, all’altro prediletto compagno di poesia, Giorgio Caproni. È la stagione poetica che, dopo la svolta di Nel magma, fa la grandezza del Luzi di tardo Novecento, poeta della «pienezza» (per usare un’espressione di Giovanni Giudici). E va riconosciuto il coraggio di una poesia che, per quanto allarmata dal nefando della storia, dice un raro (o forse unico) “sì” a una vita naturale (Stefano Verdino, in “Italica”, www.italica.rai.it).Mario Luzi è scomparso all’età di novant’anni nel febbraio 2005. Continua a leggere

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