Antonio Sagredo Lettere perse D- E-F-G-H-I-L (inedito)

antonio-sagredo-ritrattoAntonio Sagredo è un autore completamente inedito in Italia, tradotto e apprezzato in Spagna, è quasi sconosciuto in patria. Dopo aver compiuto gli studi di slavistica all’Università la Sapienza di Roma ha lavorato presso una banca. Sagredo ha sempre mantenuto un atteggiamento di ostracismo nei confronti del ceto letterario italiano e ne è stato, per così dire, ampiamente ricambiato con un silenzio che non sappiamo se di neutralità e cinismo o altro. Fatto è che lungo cinquanta anni di solitario e inedito percorso poetico Antonio Sagredo si è cimentato in un itinerario irrituale e algebrico, insomma ha fatto di tutto per rendersi stilisticamente inclassificabile, irricevibile e inospitale. C’è un costante barocchismo nell’impiego dei retorismi e delle immagini, un mix di alleluia cantarellante e di maledettismi blasfemi, di ipocondrismo e di elettricità che rendono i suoi testi altamente godibili e, ad un tempo, respingenti, repulsivi, come percorsi da una sottile trama di nervi sensibilissimi e cattivi che captano le minime rifrazioni quantiche dell’ambiente insonoro. I suoi versi sono onde sonoro-magnetiche autorespingenti, sono sfollagenti; interno ed esterno sono capovolti, così come convesso e concavo, riflesso e irriflesso; è presente nei testi un qualcosa come una forza de-gravitazionale generale del suo sistema solare, come se agisse un quoziente di perdita in direzione dell’implosione lessicale e stilistica: una simmetria del disordine.

Giorgio Linguaglossa

Lettere perse 

D- E-F-G-H-I-L  

Quando il Danaro non è più segno d’oro splendore
di sole chiarore di sale e valore riflesso del fare
ma solo mina vagante tra le dita di invisibili croupier
sul tavolo dell’immenso magma dei debiti imposti
al mondo – vuoto che risucchia e vomita come

ventre di balena ogni minuta vita nel suo vortice
che pare privo di uscite – tocca alle sue vittime
cercare ancora ancora e ancora scarto e scatto
di riprendersi la vita senza più aria come smarrita
provando ancora a ridarle valore e altro oro

*

Il cavaliere insellato dai demoni dèi dell’era degli invisibili
cavalcava sicuro il suo cavallo chiamato Equo verso
l’irraggiungibile città di Equità, menando lancia e spada
su teste di servi e pretese di una vita più degna.
Perché non era tempo di encefalo e attese
che potessero elevarsi all’umano

*

Futuro era ormai diventata immagine
così vaga che solo ministri di tecniche
falsità potevano parlarne con seriosa
verità. Ma venne presto il tempo aspro
che non importa quanto ridicole fece
diventare quelle pretese. Importa l’alveo
di guai del più povero Mondo investito
da un futuro diventato ormai presente
sorretto da un femore ridotto in farina

*

La parola Gioventù saliva come turgido
amore dalla gola alle labbra a cuore ma
dagli angoli della bocca della signora
ministra sapienti colavano col rossetto blu
dell’indifferenza misture e minestre di
occhi alternanti brillio feroce e altri umori

*

Hiatus non sapeva ancora che il suo infimo
foro era ridicolo eloquio di fronte all’ampia
ricca profondità dispiegata dall’arte oratoria
di Hiata: avvolgente e tenera, lo teneva in sé
muto come pesce nel suo liquido immerso
come uccello in volo a fare svirgoli e cipcip
*

Quell’Io verticale dall’iride occhiuta
che buca il cielo dimentico
del piede di porco del corpo: es-trema carne
che sporca e ride del dio delle rette immobili

*

Lamento fa bene solo al tremolio del mento
o a lisciare la lingua impastata, si disse
alla fine di una giornata passata a
contare grani di un rosario che da qualche
decennio le teneva compagnia rassegnata.
Si disse finalmente che la ricchezza
della vita stava nell’esaltare il sapore
di questa ricchezza, attesa anche quando
tutto diceva che era una sciocchezza

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