“Appunti su Mario Luzi”, di Sandra Evangelisti

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Brevi note biografiche

” Non esiste un poeta di così lungo corso e sempre in ascolto come è Mario Luzi, il cui itinerario poetico non ha mai comportato una pigra amministrazione delle proprie ricchezze, ma si è sempre prodigalmente speso, e tuttora si spende, in diverse avventure dell’immaginazione con un esito di molteplicità che non ha eguali nel nostro secolo». Queste parole di Stefano Verdino ben introducono a questo grande poeta, il maggiore contemporaneo italiano. Mario Luzi è nato a Castello, allora frazione di Sesto Fiorentino, ora inglobato in Firenze, il 20 ottobre 1914 e «diversamente da altri importanti poeti della sua generazione come Bertolucci, Caproni e Sereni, Luzi è stato pressoché‚ subito riconosciuto: la sua era un’«immagine esemplare» (secondo una famosa definizione di Carlo Bo) già nel 1940., quando il poeta non ancora ventiseienne viveva in quella capitale della letteratura italiana che era la Firenze degli anni trenta, la città allora di Montale, Gadda, Palazzeschi, Vittorini, Gatto, Pratolini e altri. Il precoce riconoscimento comportò anche un’etichetta – Luzi poeta ermetico, anzi il poeta ermetico per antonomasia – che, mai respinta dal poeta fedele alla propria giovinezza, si è sempre più mostrata limitante e inadeguata. La vastità dell’opera luziana fa sì che egli sia un poeta plurimo come pochi e che sia emblematico di stagioni tra loro diverse: il primo Luzi (fino agli anni cinquanta) è significativo rappresentante di una lirica esistenziale (soprattutto con Sereni, suo prediletto interlocutore in poesia) di derivazione ben più montaliana di quanto l’appariscente orfismo di alcune sue punte ermetiche faccia supporre. Però poi si apre la svolta: il punto di vista non è più tra l’io e la realtà, non c’è più giudizio (o pregiudizio): l’io come tutti e tutto è nel flusso, è attraversato dalla vita, come è attraversato dalla parola: il poeta assume per sé‚ il ruolo umile e superbo di scriba, in un rinnovamento degli istituti del dire poetico e delle prospettive fondamentale per il tardo Novecento, affine, per quanto diversissimo, all’altro prediletto compagno di poesia, Giorgio Caproni. È la stagione poetica che, dopo la svolta di Nel magma, fa la grandezza del Luzi di tardo Novecento, poeta della «pienezza» (per usare un’espressione di Giovanni Giudici). E va riconosciuto il coraggio di una poesia che, per quanto allarmata dal nefando della storia, dice un raro (o forse unico) “sì” a una vita naturale (Stefano Verdino, in “Italica”, www.italica.rai.it).Mario Luzi è scomparso all’età di novant’anni nel febbraio 2005.

  Appunti su Mario Luzi

 di Sandra Evangelisti

In realtà questo mio inciso su Mario Luzi dovrebbe rispondere in modo dettagliato e preciso agli appunti di Ennio Abate pubblicati sul sito Moltinpoesia, in due momenti successivi, il 31 luglio 2013,

http://moltinpoesia.wordpress.com/2013/07/31/ennio-abaterileggendo-i-poeti-del-novecento-di-f-fortini-luzi-4/

poi il 1 agosto 2013,

http://moltinpoesia.wordpress.com/2013/08/01/ennio-abate-rileggendo-i-poeti-del-novecento-di-f-fortini-luzi-4-1/

e dal titoloRileggendo I poeti del Novecento, di Franco Fortini: Luzi (4), e (4.1)”

Inizio da un brano tratto da “Prima semina”, Mario Luzi, Edizioni Mursia, 1999:
“Nello stampare la serie delle mie liriche è stata commessa un’improprietà tipografica di cui è bene che i lettori si rendano conto.
Nella seconda e nella terza poesia della serie sono stati omessi gli intervalli necessari per distinguere quartina da quartina. L’andamento strofico, che ha conformato di sé quello periodico e ha equilibrato in un certo senso la quantità sonora, è facile ad avvertire tuttavia. Proprio per questo, avendo le strofi un’elaborazione intima e un organismo il quale ha richiesto per sé ed attratto ogni qualità compositiva, non doveva subire quell’amputazione che non è soltanto epigrafica, ma sostanziale addirittura.
Una poesia concepita per strofi intende essere più vasta di quanto il numero secco dei versi le permetterebbe. In ogni strofe, specialmente nella quartina quale io immagino, l’emotività ed il suono dovrebbero coincidere in un acme da cui è impossibile discendere al silenzio in un giro di sillabe così breve. Ed allora avviene che la quantità emotiva e sonora eccedano su quella verbale . Dev’essere l’intervallo, lo spazio bianco a permettere una completa distensione musicale; talvolta una moltiplicazione indefinita di vibrazioni. ( A questo giovano alcune parole scelte tra quelle insufficienti a definire un suono o una suggestione, idonei invece a rifletterli e amplificarli, parole alveari, da porsi alla fine della quartina). Ma non ho alcun diritto di rivelare il mio silenzioso mestiere, le mie esperienze stilistiche non possono avere che il volto attribuito loro dagli altri. Dicevo per quello spazio bianco che mi è stato sottratto.
Per continuare negli emendamenti, dopo il primo verso del Cimitero è stato stampato un esclamativo, tanto più pericoloso quanto più verisimile, in luogo di due punti.”

EMENDAMENTI, da “Il Frontespizio”, giugno 1937,n. 6 , p. 471

Perché iniziare proprio da qui, da queste parole giovanili di correzione ai refusi della prima edizione de “La barca”? Per ribadire, e con le sue stesse parole, che Mario Luzi è ed è stato principalmente un poeta, non un teologo, non un filosofo, non un politico, non un semplice intellettuale, ma soprattutto ed essenzialmente un poeta.Leggendo lo scritto di Franco Fortini su Luzi, riportato da Ennio Abate, noto definizioni quali “cattolico”, “simbolista”, “crepuscolare”. Secondo Fortini Luzi praticherebbe la letteratura come “isolamento ed esercizio spirituale”, e vivrebbe la propria scrittura artistica in una dimensione deliberatamente distaccata dall’attualità( come cittadino di una Firenze simbolica del Due o Trecento) portando come tema dominante una celebrazione drammatica dell’autobiografia.
Trovo che questa lettura dell’opera di Luzi sia fortemente ideologica e improntata ad una inquadratura categorica dell’autore.  Cattolico, simbolista, spirituale: dunque distaccato dall’attualità. Mi sembra una lettura forzata fatta in chiave ideologica e fortemente materialista che non entra nello spirito dell’opera luziana, ma la inquadra dal di fuori senza penetrarla.
Se mai il momento della risalita e quindi del passaggio dalla poesia drammaticamente storica del ventennio che va da “Dal fondo delle campagne”, 1965 a “Al fuoco della controversia”, 1978, ad una poesia di dimensione più religiosa è quello che ha inizio con “Per il battesimo dei nostri frammenti”, 1985. Anche per questo non riesco a comprendere il giudizio di Fortini, mi sembra formulato ed esplicitato in un momento in cui con “Nel magma”,1963, Mario Luzi ha pronunciato un chiaro noi collettivo e in una dimensione fortemente storica e attuale.
Passo alla lettura della seconda parte degli appunti di Ennio Abate, pubblicati sul blog il 1 agosto 2013. Ennio Abate, riprendendo in parte lo scritto di Fortini, e approfondendo poi fino ai giudizi critici successivi al 2005, aderisce e sostiene la tesi della poesia di Mario Luzi come spiritualista e distaccata dalla storia attuale, anche nelle prove come “Al fuoco della controversia”, in cui l’autore si immerge nel cuore della storia dell’Italia colpita e massacrata dal “terrorismo”(si veda “Muore ignominiosamente la repubblica”).
Anche qui Luzi parlerebbe in modo distaccato da una sua torre eburnea, intravedendo i problemi della classe piccolo borghese, ma rimanendo in posizione altera e superiore. La poesia di Luzi, dunque secondo Ennio Abate sarebbe comunque sempre imprigionata nell’ambito di un discorso ermetico e rivolto solo all’ego, in quanto chiusa al resto del mondo dall’ideologia cattolica di cui il poeta era seguace e portatore.
Le obiezioni, riassumendo sarebbero, comprendendo entrambi gli interventi pubblicati(31 luglio-1 agosto 2013), le seguenti:
1)      Ideologia cattolica che permea la poesia di Luzi, e le impedisce di andare oltre la dimensione dell’io, anche quando parla del mondo e della storia;
2)      Spiritualismo che lo racchiude in una sorta di campana di vetro che impedirebbe l’adesione ai problemi della gente comune, compresa la classe piccolo borghese da cui proviene, e alla quale sembra fare riferimento nella sua opera;
3)      Di conseguenza astoricità di questa poesia che lo condanna alla fissità e alla immobilità della condizione di ideale cittadino di una Firenze o di una Siena del Duecento o Trecento;
4)      Infine, credo, ermetismo del linguaggio poetico da cui Luzi sembra distaccarsi nella seconda fase della sua opera (1960-1978),usando un linguaggio più disteso e parlato, senza che però l’operazione riesca, perché comunque è un parlare dall’alto e non amalgamato alla storia e alla gente.
Rispondo ai punti di cui sopra facendo riferimento in particolare a due saggi “Luzi. Leggere e scrivere”, autori Mario Luzi e Mario Specchio, Edizioni Nardi, Firenze, 1993 e successivamente “La porta del cielo”, Mario Luzi, Edizioni Piemme, 1999, a cura di Stefano Verdino.Dunque ritornando al passo citato all’inizio del mio intervento deve servire ad esplicitare principalmente che Mario Luzi è un poeta, un grande poeta e come tale difficilmente analizzabile partendo da categorie ideologiche ricamategli sopra quali “ermetismo”, “cattolicesimo”, “spiritualismo”. L’unica vera analisi che si può fare di un poeta parte, secondo me, da una  lettura attenta dei testi, e ,se lo ha fatto, da quello che ci dice della sua poetica e del suo rapporto con la storia. Luzi, per fortuna ci ha lasciato tanti scritti e noi possiamo leggerli.
Parto ora dalla prima obiezione: Luzi è cattolico e la sua opera è permeata dalla ideologia del cattolicesimo.
In realtà Luzi è cristiano non cattolico, e nel suo essere cristiano non c’è nessuna ideologia, ma una ricerca continua della presenza di Cristo, Verbo fattosi carne, nella realtà.
Egli ci dice in entrambi i saggi di cui riporto sopra il titolo che la sua fede nasce dalla frequentazione quotidiana con la figura di sua madre che era donna di fede, e che aveva i suoi momenti di preghiera e della sua fede dava continua testimonianza. Non ci parla di frequentazione di sacerdoti, almeno all’inizio, né di associazioni cattoliche, anzi lamenta come molte di esse siano diventate delle vere e proprie sette, delle associazioni politiche .
Dell’insegnamento della madre riporta come fondamentale il modo di porsi davanti al Sacramento dell’Eucarestia, il Cristo si fa carne e sangue e diventa per noi corpo ad ogni celebrazione. Questa la sua fede, e questo il motivo del cattolicesimo: è l’orientamento cristiano cattolico a porre al centro della celebrazione il mistero della transustanziazione, cosa che gli altri orientamenti non fanno. Luzi , si può dire, è cristico, non cattolico, e per niente ideologico se vede la manifestazione di Dio in una continua rinnovata manifestazione della presenza carnale del Cristo in mezzo a noi. E per questo, credo anche la lettura preferenziale nella patristica di S. Agostino e di S. Paolo. Nella visione di una religione concreta, incarnata, ricercata e riscoperta di giorno in giorno. “Quid est veritas?Vir qui adest.”dice S.Agostino ne “Le confessioni”.
Sì, dunque Mario Luzi ha fede, ma nel Cristo rivelato e fatto uomo, non in una idea.
Alla seconda obiezione e cioè che la spiritualità di Luzi lo racchiuda in una campana di vetro e lo faccia distante dalla classe piccolo borghese da cui proviene e di cui parla nelle sue poesie, io risponderei che non c’è una sola parola attinente all’argomento in una affermazione di questo genere, o forse io ho interpretato male.
Innanzi tutto classe piccolo-borghese è una definizione inesistente nell’opera luziana.
Luzi parla della gente, delle persone che lo circondano, scrive ispirandosi alla realtà e trascrivendola in versi che hanno la giusta pretesa di essere diretti a tutti e quindi universali, non si chiude in nessuna campana, la sua preoccupazione è proprio quella di parlare alla gente e alle generazioni. Inquadrare lui ed il mondo che lo circonda, gli incontri, le persone e i fatti della sua vita, in una definizione di classe piccolo-borghese è ideologico, queste definizioni sono filosofiche e sono evidentemente tratte da Marx, che io stimo e rispetto in quanto filosofo, ma le cui categorie non hanno nulla a che vedere con la poesia e nemmeno con  quella di Luzi.
Luzi, dicevo, descrive la realtà, in un primo periodo (Il giusto della vita, 1935-1960), partendo da un movimento personale del proprio io sempre in rapporto con la realtà storica e con la natura, ma in una dimensione esistenziale, poi a poco a poco a partire da Dal  fondo delle campagne, 1965 il rapporto con la realtà e con la storia diventa sempre più di immedesimazione e drammatico:
“In Il giusto della vita( che raccoglie i tuoi primi vent’anni di poesia) il movimento appare subito come desiderio e come anelito: più spesso c’è una situazione bloccata storicamente(con la guerra e con il fascismo)ma anche esistenzialmente(con le inquietudini della coscienza); il tuo rapportarti alla vita non è immediato né fiducioso, è cauto alla ricerca di una “giustezza” da ritrovare e ricostituire tra le “immagini infrante” di tante esperienze tue e generazionali. Non a caso la “vicissitudine sospesa” è una tua espressione che è stata spesso utilizzata come tua sigla.

–          Poi vi è un tempo mediano di metamorfosi, in altri vent’anni di poesia(da Dal fondo delle campagne a Al fuoco della controversia). E’ mutato il modo di guardare alla vita e al mondo: non vige la prospettiva esistenziale e lirica dell’io ma prende corpo un vario interagire: il mondo è osservato nella sua realtà di organismo vivente e metamorfico e l’io ne è parte. Il poeta coglie allora un vero e proprio principio di metamorfosi che abbraccia la dinamica della natura, ma anche quella delle emozioni e delle idee, magari anche in modo drammatico. E non a caso qui si apre la tua stagione drammatica.”

–          Stefano Verdino da “La porta del cielo”, 1999

Vengo ora ai testi di Luzi, i primi.
La barca non è un luogo racchiuso di protezione spirituale dai venti della storia, ma rappresenta la vita stessa e il suo viaggio, il suo divenire. La dimensione del viaggio è sempre presente in Luzi ed è inteso come percorso di conoscenza, anche attraverso il mistero della fede( si veda “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini” 1994, suo capolavoro, secondo me).

Alla vita

Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’ inarca
e tocca il mare,
volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
Amici dalla barca si vede il mondo
e in lui la verità che procede
intrepida, un sospiro profondo
dalle foci alle sorgenti;
la Madonna dagli occhi trasparenti
scende adagio incontro ai morenti
raccoglie il cumulo della vita, i dolori
le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
Le ragazze alla finestra annerita
con lo sguardo verso i monti
non sanno finire di aspettare l’avvenire.
Nelle stanze la voce materna
senza origine, senza profondità s’alterna
col silenzio della terra, è bella
e tutto par nato da quella.

Mario Luzi da “La barca”, 1935

C’è già tutto in questa poesia. La vita che è viaggio in mezzo alla corrente della storia, la natura, gli amici, le creature, la donna, la terra e la madre. E la Madonna, segno della fede del poeta. La parola è profondamente incisiva, ma sempre in movimento, non fissa e immobile. E l’immedesimazione di Luzi con il mondo creaturale  è perfetta. È’ il “pagus”, il villaggio in cui vivono e risuonano armoniosamente solidarietà e carità e pietas perdute e cristiane che nulla hanno a che vedere con nessuna classe piccolo borghese. “E non sia nostalgia, ma desiderio.”
Più avanti:

Già colgono i neri fiori dell’Ade

 Già colgono i neri fiori dell’Ade

i fiori ghiacciati viscidi di brina

le tue mani lente che l’ombra persuade

e il silenzio trascina.

 Decade sui fiochi prati d’eliso

sui prati appannati torpidi di bruma

il colchico struggente più che il tuo sorriso

che la febbre consuma.

 Nel vento il tuo corpo raggia infingardo

tra vetri squillanti stella solitaria

e il tuo passo roco non è più che il ritardo

delle rose nell’aria.

Mario Luzi da Avvento notturno, 1939

 Ecco qui sento tutto il dolore e sento il fiato della morte nell’aria della guerra.

Veniamo dunque alla “astoricità” dell’opera luziana, e alla dimensione distaccata e classica del linguaggio.
Luzi ha percorso con la sua vita tutto l’arco della storia del Novecento e si è affacciato sul secondo Millennio(1914-2005). La sua persona e la sua opera hanno dato testimonianza completa e preziosa di un’epoca storica difficile, contraddittoria e soprattutto caratterizzata dal male e dalla guerra. Due grandi guerre hanno attraversato questo secolo a noi vicinissimo e ancora il bagno di sangue continua in paesi a noi vicini.
Luzi ha attraversato con la sua persona e la sua creatività di artista questa epoca e l’ha rappresentata in modo sublime e universale. Mario Luzi è un testimone, vive, vede, trascrive e lascia il segno indelebile della sua arte.
Non c’è nostalgia nel suo canto, ma desiderio di una nuova prospettiva umana in cui la pace e la solidarietà fra gli uomini vincano il male. Non c’è fissità spirituale, ma invece un linguaggio in movimento con l’io del poeta e con il sussulto terribile della storia che avanza. C’è profonda immedesimazione, e sì c’è la fede. Ma la fede non è un vento contrario alla storia se vissuta senza integralismi di sorta, e mediante un rapporto diretto e costante con le persone . Da ultimo la preziosa amicizia con Don Fernando Flori, che Luzi frequentò assiduamente dal 1978, fino alla morte avvenuta nel 1995.
L’integralismo assunto a giudizio e a metro della vita e degli eventi è sempre brutto, anche quello laico. E il giudizio sull’opera di Luzi formulato da Ennio Abate che si rapporta agli scritti di Fortini, mi sembra frutto di un integralismo di pensiero, laico, ma sempre integralismo. Categorie assunte a metro di giudizio e calate dall’alto, dalle quali automaticamente si fanno discendere conseguenze in realtà frutto di una logica delle idee e non dei fatti. Gli eventi, i fatti, gli incontri e le esperienze, la natura, e le persone vive e palpitanti abitano i versi di Luzi e non le idee. Così come la sua poesia è un fare, un produrre, non ragionamento sulla poesia, non poetica.
Dell’ultima poesia dal 1978 ad oggi ci sarebbe moltissimo da dire, ma questo richiederebbe un approfondimento ed una maggiore preparazione di lettura e di studio in proposito che non ho. Posso solo dire che il movimento del linguaggio e del pensiero vanno in levare, questa volta sì verso la spiritualità, ma concreta, non personale ed isolata. E la natura diventa luce cristallina, sempre più luce. Si arriva gradualmente ad un rovesciamento dei criteri di giudizio razionali e tradizionali, per raggiungere il linguaggio paradossale della fede, l’avvicinamento alla Parola, e a Dio. E qui l’insegnamento e la lettura dell’opera di San Paolo e della patristica sono fondamentali. La modernità, o meglio lo spunto verso il futuro che trovo personalmente nell’opera di Luzi è proprio questo sguardo verso la luce. Il viaggio di Simone Martini, non come segno di isolamento spirituale, ma come opera di conoscenza intuitiva attraverso il paradosso della fede e del mistero. Luzi si alza drammaticamente al di sopra del mondo creaturale per una sete di conoscenza.
Sappiamo che è un estremo principiante (Dottrina dell’estremo principiante, 2004). E anche qui un ossimoro nel titolo.

“E’, l’essere. E’
Intero,
inconsumato,
pari a sé .
Come è
diviene.
Senza fine,
infintamente è
e diviene
se stesso
altro da sé .
Come è
appare.
Niente
di ciò che è nascosto
lo nasconde.
Nessuna
cattività di simbolo
lo tiene
o altra guaina lo presidia.
O vampa!
Tutto senza ombra flagra.
E’ essenza, avvento, apparenza,
tutto trasparentissima sostanza.
E’ forse il paradiso
questo? oppure, luminosa insidia,
un nostro oscuro
ab origine, mai vinto sorriso?”

Mario Luzi da “Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini”, 1994

Cito per ultima la poesia della luce, ma anche il Viaggio. Simile a quello di Dante nel Paradiso. E’ preghiera? E’ teologia? No, è poesia, intesa come forma di conoscenza, conoscenza per paradosso, o per mistero e non per idee e per formule. Non opus oratorio, ma ricerca di significato. Se possibile ultimo. Che si attua attraverso il capovolgimento della visuale e degli statuti umani. La parola ha il suo compito primario che è quello di dire e di proferire, dire per affermare e non per intrattenere o discorrere. La parola viene usata con economia e precisione, senza sprechi che ingenerano confusione anziché conoscenza. Ecco la novità estrema del “principiante” Luzi e la sua apertura verso il futuro. E l’economia di parola non è sicuramente oscurità, ma il suo contrario.

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4 commenti

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4 risposte a ““Appunti su Mario Luzi”, di Sandra Evangelisti

  1. Gentile Sandra Evangelisti,
    la ringrazio per la sua replica ai miei appunti su Mario Luzi. Non posso però non farle notare che il dialogo tra noi è alquanto arduo. Lei nel controbattermi da una parte mi attribuisce posizioni che non sono mie e dall’altra non argomenta in modo convincente le sue tesi.
    Vado per punti e brevemente:

    1. Né io né Fortini (da me citato) abbiamo mai negato che Luzi sia stato «principalmente un poeta, non un teologo, non un filosofo, non un politico, non un semplice intellettuale». Non credo, tuttavia, che poeta possa voler dire solo o soprattutto attenzione alla metrica e alla suddivisione in strofe di una poesia, come ingenuamente qualcuno potrebbe dedurre dal brano tratto da “Prima semina” che lei riporta.

    2. Non è che Luzi essendo «un poeta, un grande poeta» non possa essere analizzato con alcune categorie (“ermetismo”, “cattolicesimo”, “spiritualismo”). Lo facciamo con tanti altri poeti. Dante forse non è cattolico? Basta non ridurre la poesia a un’idea ( o ad una ideologia). Ho tante volte ripetuto che la «Commedia» non è riducibile alla «Summa» di Tommaso d’Aquino. Non si capisce il suo rigetto delle categorie quando servono a capire meglio dove sia la poesia.

    3. Lei sostiene che «l’unica vera analisi che si può fare di un poeta parte […] da una lettura attenta dei testi, e ,se lo ha fatto, da quello che ci dice della sua poetica e del suo rapporto con la storia». Sia io che Fortini e molti altri partiamo dalla lettura dei testi. Ma come fa a pretendere che, per intendere un poeta (ma – direi- qualsiasi persona (che so: un politico, un truffatore, ecc.) bisognerebbe stare soltanto a quello che uno ha detto di sé? Per cui, ad esempio, Luzi non sarebbe o non potrebbe essere definito ‘piccolo borghese’, perché«innanzi tutto classe piccolo-borghese è una definizione inesistente nell’opera luziana». Così cancella secoli di lavoro critico sui testi. Basterebbe credere a quello che dicono di sé i poeti i filosofi, i mariti, le mogli, i politici, ecc. Il linguaggio è molto più complicato. Figuriamoci poi quello della poesia.

    4. Lei mi accusa di “integralismo” («il giudizio sull’opera di Luzi formulato da Ennio Abate che si rapporta agli scritti di Fortini, mi sembra frutto di un integralismo di pensiero, laico, ma sempre integralismo»). O di ricorrere a definizioni (piccolo borghese) « evidentemente tratte da Marx […] le cui categorie non hanno nulla a che vedere con la poesia e nemmeno con quella di Luzi». Ma,scusi, perché mai, appoggiandomi su un pensiero laico, dovrei essere per forza di cose integralista? Forse non vedo che Luzi la pensa diversamente da me e da Fortini e voglio assolutamente farlo diventare laico e marxista? E ancora: ha mai sentito parlare di Lukács? Ha mai saputo che anche in Italia, da Gramsci in poi e almeno fino agli anni Settanta, c’è stata una vigorosa critica letteraria di orientamento marxista?

    5. Sul fatto che Luzi sia « cristiano non cattolico» o «cristico, non cattolico» non riesco a seguirla. Mi sembra che si arrampichi sugli specchi. Voglio ammettere che si tratti di sfumature, certo non sottovalutabili, ma la matrice è quella. A me interessa sottolineare soprattutto questa matrice. E non mi pare che sostenendo, come lei fa, che « Mario Luzi ha fede, ma nel Cristo rivelato e fatto uomo, non in una idea», si esca da questa matrice di *idee* . Perché la fede di Luzi non è qualcosa di indefinibile. Non può essere confusa, ad es., con quella di un maomettano o di un ebreo. Ed ha comunque un rapporto con l’idea di Cristo che egli si fece o che la Chiesa cattolica qui in Italia gli propose. Da dove la prese , se no? Da sua madre? E sua madre da dove?

    6. Nessuno ha negato che Luzi abbia dato « testimonianza completa e preziosa di un’epoca storica difficile, contraddittoria e soprattutto caratterizzata dal male e dalla guerra». Non è questo in discussione tra noi. Ma lei dovrebbe capire che quella sua testimonianza fu *cristiano-cattolica* (o cristica, se le piace di più, ma tenendo conto dei fili che legano i concetti di cristico, cristiano e cattolico). E che non è l’unica che si può avere. Ce ne sono altre (di altre religioni, di pensatori laici o atei).

    7. Quando scrive che « c’è già tutto in questa poesia [La barca]. La vita che è viaggio in mezzo alla corrente della storia, la natura, gli amici, le creature, la donna, la terra e la madre. E la Madonna, segno della fede del poeta», dovrebbe capire che, in questa visione, ‘vita’ è termine che si contrappone a ‘storia’; e che, mettendosi da questo punto di vista “vitalistico”, la storia viene ridimensionata, diventa secondaria. O, in una visione religiosa della vita, viene inclusa in qualcosa di superiore, di *oltre la storia*, che la *trascende*. Qui è la differenza.

    8. È vero che « la fede non è un vento contrario alla storia se vissuta senza integralismi di sorta». Ma, guidati dalla fede, la lettura della storia può essere diversa da quella di chi guarda la storia da un altro punto di vista: senza fede. Tutto qua. Mi pareva di averlo detto chiaramente nei miei appunti. Perciò non si capisce l’accusa di integralismo. Non sto dicendo che Luzi, per essere poeta, doveva essere marxista. Ho solo distinto punto di vista marxista da punto di vista cristiano cattolico. Con entrambi su può fare poesia e grande poesia. Brecht per lei è un poeta o no? E non ho neppure detto che quello marxista sia superiore in assoluto. Lo è (o dovrei dire oggi: lo era) *per me*.

  2. sandra evangelisti

    Gentile Ennio Abate,
    ho voluto riproporre su questo blog i miei “Appunti”, già da Lei pubblicati sul suo “Moltinpoesia” la scorsa estate. Ricordo l’ardua discussione, probabilmente rimasta aperta, e me la ripasso per risponderle. A me sembrava, dopo avere letto sia Luzi sia Fortini grazie all’impulso da lei dato(e la ringrazio), che fra i due nel tratto finale della loro opera ci fossero forti somiglianze e che si trovassero d’accordo su molti temi. Adesso rivedo l’intero argomento. Ho riproposto l’articolo perché nell’anno del Centenario della nascita di Mario Luzi (1914-2014), vorrei dedicare ampio spazio al Maestro. E vorrei che anche altri lo facessero. A presto,e grazie per il suo intervento, sempre costruttivo.
    Sandra Evangelisti

  3. Nel novembre 2014 – il 28 – cade anche il ventennio della morte di F. Fortini. Forse una riflessione su somiglianze e differenze tra i due potrebbe servire. Pensiamoci.

  4. sandra evangelisti

    Sì, molto volentieri. Credo che una riflessione su Luzi e Fortini e il rapporto fra i due poeti nella storia e nella letteratura sia molto utile.
    Mi sembra utile anche una riflessione sui suoi “Appunti per una poesia esodante”.
    Questo perché in questo momento mi sembra ci sia una grande confusione sulla forma e sul contenuto della poesia, cioè tanti mondi e modi creativi, ma senza un manifesto, senza correnti nelle quali identificarsi e attraverso cui “crescere” e lasciare un’impronta significativa nella storia.
    Se viviamo l’arte come pura forma di espressione personale, in modo intimista ed egocentrico non faremo altro che costruire tante casette più o meno belle o attraenti, che però non hanno nessun fondamento nella realtà e nella storia. Fumo e bolle di sapone…..(spesso).
    A presto, allora e grazie.
    Sandra