INTERVISTA a Ninnj Di Stefano Busà

INTERVISTA rilasciata da Ninnj Di Stefano Busà

a Sandra Evangelisti blogger di Distensione del verso

D: Lei ha seguito la parola alta dei grandi maestri della poesia, il linguaggio novecentesco della grande produzione lirica. Cosa trova in essi che sia appartenuto alla tradizione attraverso le varie stratificazioni linguistiche? e se poesia di identificazione vi ha trovato, chi è stata più affine alla sua sigla personale?

R: Ho sempre considerato il poeta come soggetto del mondo, in quanto microcosmo di un “unicuum” con ascendenze mito-storiche.
In quanto microcosmo, tende ad unirsi al macrocosmo, cioé, all’unità di misura universale che abbracci la gamma completa dei singoli, le loro emozioni, le occasioni, le significazioni precursori di una valenza del pensiero tout-court. Il sentiero percorso non ha la minima importanza, l’essenziale è percorrerlo, andare oltre, fissare le parole come una narrazione che nel suo “iter” sublimi la coscienza, istruisca un dialogo tra sè e gli altri, si rapporti alle pulsioni profonde della vita come ad un “mantra”; se poi sia espressione di un classicismo, di un neorealismo, di un orfismo o quant’altro non importa.
Mi trovo più affine a Montale, a cui spesso sono stata associata, senza averne merito. Montale è un mito, un nome prestigioso dell’Olimpo della Letteratura, il suo è uno stile che ha avuto diversi seguaci: moderno, asciutto, simbolicamente riconoscibile dall’indagine storica, direi inequivocabile; egli è unico nel suo genere. Essere paragonata a lui può essere svantaggioso per me e imbarazzante, data la mia pochezza; è una grossa sfida, qualcosa di davvero incommensurabile, poiché vi è una faglia tra me e lui.

D: Lei è considerata il poeta-donna che meglio ha saputo porre l’accento su un linguaggio moderno, senza il presidio classicheggiante o non, delle varie tendenze un po’ obsolete. Il che sta come dire: Lei è a se stante, non mostra le caratteristiche dell’omologazione. La sua è una formula scrittoria versata al simbolismo? Ritiene che essa sia la caratteristica peculiare e ineludibile dell’assetto poetico che persegue?

R. Se il far poesia deve necessariamente porsi in un contesto comparativo la distensione del verso (come lei ha titolato il suo blog in maniera azzeccata) tra il vecchio e il nuovo modello, opterei per il moderno, ma l’ispirazione detta le regole, non è mai il poeta a decidere “a priori” su cosa voler rappresentare, o sul dover essere. Vi è una ragione al di là. L’ispirazione istruisce un modulo lessicale che di volta in volta decide la poesia da seguire, riguardo al modello a cui tendere, semmai, è la pulsione profonda di un individuale a colpire l’esatto obiettivo (oppure a mancarlo, a seconda dei casi). L’ orientamento in cui muoversi è la perfetta conseguenza del proprio destino di poeta, che può percepire la poesia come un organigramma, di cui l’immersion lirica è la funzione vitale del suo stesso sentire . Mai, però, in tono precostituito o prefigurato, né tanto meno, alieno o estraneo alle tendenze individuali di un soggetto poetico che ne verifichi ogni intendimento. Mi spiego meglio: la poesia è mistero, sempre. È altro persino da se stessa, finanche nella complessa vicenda del suo porsi in essere. Non si può fare poesia, senza l’individualità “assoluta” della propria pulsione profonda, a muoverla è il segnale che, dall’occasionalità, transiti poi e l’avvicini a quella “perfettibilità”, di cui ogni poeta ha bisogno e a cui tende per sua stessa natura.

D: Come si colloca il poeta nel mondo moderno?

R: E’ uno come tanti, un individuo normale travestito da con quel quid in più nel poter dire o nel “saper” dire la parola più alta e diversa dal linguaggio comune, abituale, frusto. Il poeta usa le parole come lame, o se si preferisce, bulini per il cesello: quel termine e non altro, quell’aggettivo e non un altro. Ogni poeta rappresenta la vita che pulsa, che si commuove, che lotta, che patisce. Quindi: il sarcasmo, la pietà, l’incanto, la suggestione, l’emozione, la rabbia, lo smarrimento, l’amore, la magìa, la solitudine, il dolore e, tutta la vasta gamma di ogni processo umano è alla sua portata: può colpire i tasti giusti e realizzare una melodia sublime (il testo); può non toccare mai la misura d’immenso, le infinite corde della Bellezza. Il transfert è anch’esso un mistero, una sorta di ecosistema di linguaggio criptato, dal quale il poeta deve saper decifrare i caratteri, formulando un processo linguistico. Qualsiasi “parola” convenzionale o non, perfetta o perfettibile è lì, a portata di mano, può essere usata da tutti. Solo il poeta però sa trasfigurarla, fin quasi a reinventarla col suo stile, col suo linguismo; può modularla o espanderla col suo imprinting, darle nuova vita o esauturarla con una sclerotizzazione che non ha ragion d’essere: in quel caso è meglio rivolga la sua attenzione ad altro, non alla poesia.

D: Per tornare alla critica, perché diversi suoi critici estimatori l’hanno avvicinata a Montale? Lei ritiene davvero di avere qualche affinità col grande poeta o è solo un modus critico di assembrare poeti della stessa matrice o filone biografici.

R: Non saprei dare una risposta al riguardo. La cosa mi ha sempre messo un certo imbarazzo. Non saprei individuare tra le nostre due realtà la “comunanza”.
In ogni modo, ora è certo, qualcosa di similare i miei critici devono avvertirla, se continuano ad associarmi al grande Maestro. Bontà loro, non posso che ringraziali. La critica è stata per me l’espressione più sollecitante del mio iter letterario, il termometro col quale mi sono sempre confrontata, per misurare la temperatura lirica, una temperatura supportata da grandissimi critici quali quelli che io ho avuti merita il più grande rispetto. Mi sento onorata di avere avuto l’attenzione di critici come Carlo Bo, Giovanni Raboni, Marco Forti, Attilio Bertolucci, Walter Mauro, Plinio Perilli, Arnoldo Foà, Davide Rondoni, Alda Merini, Dante Maffìa, Giorgio Bàrberi Squarotti, Emerico Giachery, Francesco d’Episcopo, Antonio Spagnuolo, Giuliano Manacorda, Arnoldo M. Mondadori, Nazario Pardini e altri.

D: In tempi di crudo disincanto, di incertezze, di violenze, di caos, come vede la Poesia?

R: La Poesia denota il suo referente nella ipotesi del suo immaginifico status “orfico”
Qualcosa che potremmo chiamare “introspezione” si trasfonde all’anima che emette i dati architettonici del pensiero. Ogni poeta ne interpreta il ruolo, la fantasia, la riflessione. L’opera d’arte riflette non solo l’idea dell’artista, ma il suo spasimo aurorale, la sua armonia di fondo, tra stile e creatività, tra presente e passato.
In questo intervallo, in questa frazione di celebrazione un po’ astratta si colloca la Poesia, quella che deve essere una rievocazione tra l’io privato e il mondo, tra la Bellezza e il valore dell’arte, detta le regole. C’è poi il responso critico della Storia, il futuro della pagina scritta, il suo cercare oltre le tenebre più fitte, la via della salvezza. la capacità di armonizzare tutte le avventure possibili nel far Poesia.

D: Per Ninnj Di Stefano Busà la Poesia è nel mondo? Essa è lo sguardo che l’attraversa e la nutre di dolore? Oppure, è l’accadimento momentaneo che determina la condizione di poeta?

R: L’una e l’altra ipotesi possono coesistere. E’ il luogo, il viaggio e la vita stessa con le esperienze di stupore, di meraviglie, di emozioni in un empito di trasformazione, di trasfert nell’, di un concetto “altro” che tutto descrive e rinnova con la fantasia. Per il poeta, la Poesia è l’alimento.
Il distacco dalla realtà in un luogo a procedere della fantasia, in cui l’ultimo fiore a dischiudersi è il caos.
E dunque, la connotazione più vicina al suo vissuto, all’esperienza del suo dolore, al fatto quotidiano che a volte ne banalizza il reale apprendistato.
Tutto è poesia. Da qui, ha inizio la sua avventura: dall’incontro con lo strazio del mondo, con l’occasione e il desiderio di superamento: la vita è la distanza tra il grido e la ferita, nel mezzo c’è la Poesia.

 

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