Archivi del mese: aprile 2014

PASQUA 2014

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Auguri di Buona Pasqua

Sandra Evangelisti

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POETI IN CONSOLLE. Stefano Leoni

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Stefano Leoni ,Forlì(1961-2014), è stato cofondatore dell’Associazione Culturale Poliedrica. Si è laureato in Economia ed è stato un poeta italiano dall’opera particolarmente significativa.
Nel 2005 pubblica la sua prima raccolta di versi: Ipotesi sottili, Ed. Il Ponte Vecchio, Cesena. Nel febbraio 2008 pubblica la raccolta Frane e frammenti, Edizioni Lietocolle. Nel 2009 esce per la casa editrice Kolibris -vincitrice di concorso -, la raccolta Basse verticali, con Prefazione di Chiara De Luca.

Io prego basso
e dico
che il dolore è una ragione in questo tempo
una fiammata, come gli anni
passando
Torno alle cose
e siedo
lo spazio dell’ignoto è una supposizione
un pentagramma simile al vento
sfumando
particolari scalzi lasciano impronte
nelle paludi, un uccello
finge d’essere morente all’occhio del rapace

*

Sottrazioni

Aria umida e l’odore dai camini
non sale a fingere di disperdersi nel nulla,
dieci metri sopra le case
è già cielo come nel disegno dei bambini
una riga azzurra che è confine e distanza
poi ci penseranno i venti e l’idea di infinito
per noi salvi nel finito la sottrazione
è una irrinunciabile amnistia
Inspirare così a lungo
e sgonfiare l’intera bolla, assicurarsi
il ritaglio di un tempo nel vuoto inaccettabile,
e tutto l’avvenire,
come un branco di pesci in un rivolo asciugato,
contrarsi negli spasimi aspettando
una galassia a ricomporsi, un nuovo sistema solare,
la misericordia degli equilibri astrali.

*

Abitare è sempre una rinuncia
dico alle tende, al divano, alle piccole cose
lasciare a limitare il vuoto.
E’ sempre stato necessario ripararsi,
sfuggire.
O scegliere una grotta e separarsi
anche quando in cielo c’erano le stelle
per poterci sentire sufficienti mai,
mai gli occhi colmi di luci.

Stefano Leoni da Basse verticali, Kolibris, 2009
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UNA POESIA INEDITA di Sandra Evangelisti

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Se tu non fossi esistito
ti avrei inventato,
e non potendo inventarti
ti avrei cercato
nel mondo,
e non trovandoti
avrei passato ogni frontiera
anche le più dolorose
per giungere a te,
scalza
ricca solo di me.

Ma adesso che sei qui
e che ho sentito il tuo odore
e ho gustato il miele dalle tue labbra,
resta per sempre.
Dovrei affrontare le Colonne di Ercole
e superarle a nuoto:
ma tu sai, ho paura dell’acqua.

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UNA POESIA INEDITA di Sandra Evangelisti

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Anime
Le anime migrano
e non tornano ad un nido
si fermano sospese nel sorriso
E non è sera senza paradiso
Terra che non conosce la frescura
terra arsa
dalla sete
di arrivare ad un destino
che non conosce fili né germogli
ma solo acqua
che gorgoglia
L’amore
è un volo aperto all’infinito

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POETI CONTEMPORANEI: Maria Pia Quintavalla

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Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, ma vive a Milano. Il suo primo libro Cantare semplice esce nel 1984 per le edizioni Tam Tam Geiger (nota di Nadia Campana). Nel 1985 inizia a curare la rassegna biennale nazionale Donne in poesia, da cui è nata l’omonima antologia, (Comune di Milano, 1988, ristampa Campanotto 1991). In quegli anni ha ideato anche il convegno nazionale: Bambini in rima / la poesia nella scuola dell’obbligo (Ass.to Comune di Milano, 1985 – Atti su Alfabeta 1986) frutto di un’altra passione: la pedagogia della poesia. Lettere giovani è il secondo libro (introduzione di M. Cucchi), 1990, Campanotto editore; nel 1991 ristampa integralmente Il Cantare sempre con Campanotto. Nel 1996 esce Le Moradas , per i tipi di Empiria (introduzione di G. Majorino) e, nel gennaio 2000, Estranea (canzone) per Piero Manni editore, saggio di Andrea Zanzotto).
Nel 2002 è uscita la raccolta di fiabe, prose e poesie brevi Corpus solum per le edizioni Archivi del ‘900 (nota di G. Neri). Recentemente sono state pubblicate le plaquettes Canzone, Una poesia, (Pulcinoelefante, 2002 e 2005) Napoletana (Copertine di M.me Webb, 2003) Le nubi sopra Parma, Battei, 2004, Album feriale, Archinto editore 2005 (introduzione di F. Loi). Compare nella antologia Biblioteca parmigiana del Novecento, Racconti parmigiani, MUP 2003, e Coglierò per te l’ultima rosa del giardino, MUP 2005, Album feriale (Archinto 2005). Ancora, tra le recenti antologie in: La donna, gli amori a cura di G. Sobrino, Loggia de’ Lanzi editore 2001, Io sempre a te ritorno, a cura di M.G. Maioli, Crocetti editore, Poeti per Milano, a cura di A. Gaccione – Viennepierre editore 2002, Le parole esposte, a cura di N. Lorenzini, Crocetti editore 2002 e in Quaderni Rosa – Scrittrici Italiane dell’Ultimo Novecento, a cura di N. De Giovanni e G. Rech – Presidenza del Consiglio dei Ministri editore, 2003, e in Trent’anni di Novecento, a cura di Alberto Bertoni, Book editore 2005.

Compianto in terracotta, III

L’età moderna

E’ sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Fabiana:

rinata là, mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta –
accucciata a terra poi, Sono qui,
vengo a prenderti, ristorati –
la tua casa e la mia sono nate
qui stesso spazio, sogno lo stesso –
sosteneva i suoi occhi,
prima di morire.

*

Le sue stanze combaciano là sopra
alle altre native
ma hanno sagome aperte più spaziate,
trapezi cerchi
verso i gradi della vita, poi:
quadri, rombi della luce che veleggiano
n e l l ’ a l t o.

*

La notte stanno a schiera (all’erta)
lampioni la punteggiano
sul parco e sostengono l a s e r a.

C’è tepore dove la donna ha procreato
amato e perso i suoi bambini,
una soltanto è viva, i ritratti piccoli
salutano fulgidi ogni giorno.
Lei si alza pigra, ci prepara il caffè
parliamo –
poi stiamo ore a rimirare la beltà
e la luce, in dolce sfondo
esplodono piccole nicchie ombrose
dai cespugli del San Paolo.

Qui, che ridiventa nido

I)

Se mi mettessi fuori a testimone,
del tempo e del mercato,
che la stessa scena ogni giorno
r i c o n c r e a

ma per meglio cogliere nel flusso
che si libera, io lenta
navigante che non sporge più
non rema a braccia a nuoto,
nuove luci arricchiscono disegnano
i suoi i fianchi flessi come l’iride.

Se testimone fossi dell’intero,
nel verso io potrei smorta
carpire un suono madido che afferra,
piega a lato in frescura,
la bocca benedice non sente più
pianti nolenti ma bambini
lesti nel correre,
che ricambiano il suo v o l o.

II)

Rivivi la tua infanzia, mentre ricrei
a Itaca, col padre
nel nome tuo familia nova che
come l’altra, drammatica insoluta

perché per crescere occorreva
essere amati, io adulta genitrice
della vita che si fa futura,
non mentore soltanto di occasione – infanzia
che si genera rifà mi pianta
intorno a un’ostrica mi incolla
alla matrice unita al male
con il bene, un arco soddisfatto
in sincronia f u t u r a.

Trasmigrano

I)

Trasmigrano i corpi, così l’amore
che mi sposta e muove –
ali che si toccano sfilano appena
il collo gli occhi, più leggeri
nel sorriso. Sogno
anse di nomi spinti da sonno cieco e
cani che riaprono l’alba;

lui, lei che si ricambiano
il cerchio del piacere,
dopo i cimiteri delle macchine là fuori,
ne trattengono il cuore, lo smarrito

se balbetta il tuo nome,
o tenerezza.

Terra scoscesa nel verde che disegna
parole come calvari in pietra

tra i nostri amori è l’acqua
dove una promessa sarà certissima
nel cuore
colmo, e con incerta mano,
dai baci incoronata
la t u a voce.

II)

Ha fede e ostinazione il mio diletto,
sparge il suo dire a coprifuoco
cerca mappe alle stelle
per arrivare fino a noi, la sera

una promessa, un rilevante sogno
in balbettii leggeri
esse-emme-esse che si sollevano
(deve essere già integro, discreto
lui, se lo capisce).

III)

Il mercato è la regola
della circolazione delle merci,
e non dei sensi
che amplificano il regno –
Volessi io tornare al segno dove
l’anima e il corpo si fronteggiano,
si palpano da ciechi

un tesoro ai tuoi piedi io governo,
tu lo porgi
dal libro dell’amore inviti

voli alto in dolzore,
poiché il ragno della vita, la mia
la tua rinascano
in nuova c a s a.

Ti amo intanto, piccola
figlia nel bozzolo, mentre ti prende
il gioco della crescita;
ritorno un poco indietro, attenta
scelgo sedermi calma, cerco

la c e n a dell’amore vivo.

Il padre

Quell’altra bocca quella
intessuta al viso e quell’acre
odore stupito che sorride,
come una mezzaluna guarda affaccia

dove ti specchi, acqua chiara
nube anche tu,
quel viso sempre amato
capitato a te accanto,

icona più addensata e pura,
forse lo amavi perché lo indicavi
col gesto fiducioso della mano?
Esso lo specchio di quest’altro

più piccolo sorriso a mezzaluna,
della manina (lingua e cuore)
che gli si tendeva, t u a –
Oh figlia strema, giù in attesa.

Saggezza a mezzogiorno,
filigrana alla finestra dei bei sogni,
e voci
su più tenui prati che

su più bianca strada
un suo destino sogna.

*

A notte, garrule chiacchieravamo
del giardino come sue guardiane,
né gli occhi si stancavano,
vagando nella musica i bicchieri.
Sapevo che là sotto, a quel secondo piano,
un bel varco attendeva
propiziando notte, il sonno dei felici:
negli occhi
la sopita infanzia si mostrava.

*

Il mondo era moderno al quarto piano,
come un’era adulta ma più sotto,
era l’antro dei sogni era l’infanzia.
Non era addio ma arrivederci,
a più tardi.
L’amica era la vita e libertà di affetti
adolescenti che ti porta piano,
va lontano, in fiaba eterna
di una piccola me contenta

come entrare e uscire da una porta,
una soltanto q u e l l a,
perché un padre aspetta
al piano che non s’apre più,

aspettava stava.

*

Ora il salto dei piani si è smarrito,
l’ascensore scende direttamente
al pian terreno, in un’uscita sola,
nessuno abita né solitario attende
alcuna voce dice,
E’ tardi va’ a dormire, oppure,
Cosa vuoi per pranzo l’indomani.

Alcuno a notte lascia letterine scritte
in uno stampatello di grafia leggera,
messaggi d’amore delicati dove
sentirsi al centro della vita,
non già più in salita ma una mano
che entra nella tua soave, e certa
p i a n o.

La popolazione che abita lassù
l’età moderna, oggi è in ospedale
lei non popola tutta la mia notte
ma una parte,
quella dell’oggi di chi scrive e conta:
qui dalla mano tenta
in un soffio rinverdisce cupole, sentieri
giù dalle sue scale, e stelle
una cartografia leggera

suggerisce non più parole umane
ma sole, le minute
di un diario che si annuncia ponte
o epistola, abbandono a cerchi della luce
dove vivere
verso l’impronta di noi due,
in amore.

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I MAESTRI: Paolo Ruffilli

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PAOLO RUFFILLI
Poeta, narratore e saggista, Paolo Ruffilli è una delle voci più importanti della poesia italiana contemporanea. Nato a Rieti nel 1949,ma originario di Forlì, si è laureato in Lettere presso l’Università di Bologna. Dopo alcuni anni trascorsi insegnando nei licei di Treviso, ha in seguito abbandonato il lavoro di docente per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività, in veste di saggista, traduttore, consulente e direttore editoriale, e collaboratore di quotidiani quali Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione e Il Gazzettino. E’ Direttore Letterario della Collana Biblioteca dei Leoni, LCE Edizioni, Castelfranco Veneto(TV)
E’ autore di numerose opere . Fra le raccolte di versi ricordiamo : Piccola colazione, Garzanti, Torino,1987, Diario di Normandia, Amadeus, 1990,Camera oscura, Garzanti, 1992, e La gioia e il lutto , Marsilio, Venezia, 2001, Le stanze del cielo, Marsilio, 2008 ,Affari di cuore, Einaudi ,2011; in narrativa i racconti Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003, Un’altra vita, Fazi,Roma,2010,e il romanzo,L’isola e il sogno, Fazi, 2011. Ha tradotto Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e La regola celeste del Tao.
Sua recente pubblicazione è l’opera di poesia Natura morta, Aragno, Torino, 2012, che contiene anche un prezioso saggio sulla poetica contemporanea.
Sono usciti recentemente, editi da Biblioteca dei Leoni:
I lupi e il rumore del tempo di Osip Mandel’stam,2013 e Il sole del pomeriggio di Costantino Kavafis,2014, di cui ha curato la traduzione e l’introduzione( la traduzione di quest’ultimo libro è stata curata insieme a Tino Sangiglio).

Paolo Ruffilli, La Regola Celeste, Il libro del tao,, Rizzoli, Bur, 2004

Con questa opera Paolo Ruffilli compie un’operazione culturale di grande portata: riportare all’antica armonia e suono poetico un testo sapienziale che risale ad oltre duemilacinquecento anni fa.
La Regola Celeste è stata tradotta più volte, ma per la prima volta Ruffilli dà luce ad una traduzione che riporta il testo alla sua vera origine: la poesia. I testi religiosi antichi, anche quelli della tradizione ebraica sono accomunati da questa caratteristica. Il loro suono è musicale, la parola è parola ritmica, armoniosa. La preghiera è suono. Pensiamo anche ai Salmi della Bibbia, al Cantico dei Cantici, non sono forse poesia? E il modo di recitarli era anticamente un canto, monocorde, su una sola nota. I Salmi venivano recitati in retto tono dai monaci, e lo sono anche attualmente nei monasteri, secondo la tradizione della Liturgia delle Ore benedettina.
Ma ritorniamo alla Via di Lao Tzu. E’ un testo di profonda spiritualità, il testo fondamentale della tradizione taoista. La traduzione in forma poetica, con suddivisione in ottantuno capitoli ed in calce ad ognuno una nota esplicativa del curatore, trasporta fedelmente all’epoca attuale lo spirito ed il contenuto dell’opera. Fedelmente perché il suono che ci viene dalla lettura si avvicina all’originale suono del testo in lingua cinese, e dunque può essere in grado di riportare a noi i contenuti in modo autentico e non falsato da una traduzione di tipo narrativo. Ruffilli fa riferimento per la sua nuova traduzione alle versioni inglesi di Waley, Londra 1934 e di Wing-Tsit Chan, “The Way of Lao Tzu”,New York 1962 e a quella francese di Duyvendak, “Tao to king”,Paris 1957. Il lavoro è supportato anche dall’ascolto dell’originale testo cinese, la cui versione più antica risale al 168 d.C., e questo per poter meglio trasporre in lingua italiana la costruzione musicale del testo,tutto costruito con assonanze e rime.
Ne La Regola Celeste possiamo trovare un vero e proprio trattato filosofico composto da una “cosmologia”, una “metafisica”,un’”etica” ed una “politica”.
La Regola inoltre viene tradizionalmente suddivisa in due parti: “La Via”,cap.1-37,e “La Virtù”,cap.38-81. Sembra che nel testo più antico la seconda parte fosse posta prima della Via. Ma questo ai fini della comprensione della Regola non ha molta importanza, come, a mio parere, non è neppure importantissima la suddivisione in capitoli. Ciò che conta è un ascolto profondo, attraverso la lettura dei contenuti e del suono delle parole profonde, ascolto che Paolo Ruffilli ci consente di sperimentare attraverso questa bella traduzione poetica, in ciò molto fedele all’origine e allo spirito del testo.
Tutto inizia dalla Via, il Tao, un’entità metafisica, distaccata ma perfetta, non una divinità creatrice, onnipotente, ma l’Essere perfettamente creato, il principio e la regola di ogni cosa.
“La via che può essere detta “via”/non è la vera via./Il nome che può essere chiamato per nome/non è il vero nome eterno./Senza nome è il principio/del cielo e della terra…”
Il principio e la regola dunque non sono nominabili, così come nella tradizione ebraica il Verbo non può essere nominato. La Via non ha un nome, solo le cose hanno nome.
“Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: “Dirai: Io sono mi ha mandato a voi”(Esodo,3,14-15) Il nome del Dio ebraico è “Jahvè”,”Io sono”.
Così il Tao è: “l’essere di tutti gli esseri, la pienezza e la vuotezza di tutte le cose”.
In questo testo c’è una cosmologia. Nel capitolo 25 si parla di un universo in continua espansione e trasformazione alla cui base c’è un’entità omogenea, immateriale ed immutabile che era “prima che cielo e terra/ fossero qualcosa di formato”.Questa entità che riconduce ogni cosa all’unità, può essere considerata la madre di tutto il creato. L’etica del Tao consiste nel non fare, il wu wei. In realtà è una operosità inattiva. Consapevole del principio della coincidenza fra gli opposti, essere e non essere, pieno e vuoto, che regola la natura, e quindi osservando la regola dell’inversamente proporzionale, e cercando il grande nel piccolo e il molto nel poco, il saggio entra nella complessità della vita seguendo la via semplice su cui il mondo riposa. Entrando in sintonia con la natura profonda delle cose, e non lasciandosi deviare dalle apparenze, egli può vivere in semplicità.
Questa etica del non fare può essere applicata anche alla politica e condurre ad un governo moderato e solido: “Base solida e radici fonde/sono la via per la tenuta e la durata”, e ancora ”Se un grande paese sa tenersi da basso/è come il centro della terra….” “E’ difficile governare/perché chi comanda/tende a strafare:/solo da questo, in realtà,/dipende la difficoltà…..”Anche qui il saggio applica la regola dell’inversamente proporzionale per la quale eccedendo nell’azione di governo si sconfina nell’ingiustizia e nel disordine. Occorre perseguire un’azione moderata e saggia di governo risalendo alla Via remota che governa la natura fino ad entrare in sintonia con questa. I governanti debbono ispirarsi alla virtù trascendentale, non a quella materiale ed umana, e fare così affidamento sulla maturazione naturale del popolo.
Bellissimo il passo di Lao Tzu sulla giustizia, dal capitolo 38:”Smarrita la Via, viene la Virtù./Perduta la virtù, c’è la carità./Sparita la carità, ecco la giustizia./Svanita la giustizia,/si ricorre al rito./Il rito è solo la parvenza/ di sincerità e di fede,/ l’inizio del disordine…” Si può vedere qui un ritratto fedele di quello che sta accadendo attualmente nella nostra società. Si seguono freddamente una serie di regole del tutto distaccate da qualsiasi Via o Virtù, e quindi saggezza, che in ciò diventano riti, procedure e che anziché portare vera giustizia e regola, portano al disordine sociale e all’ingiustizia di fatto.
Veniamo ora alla parte più propriamente letteraria di questa opera, e ai suoi riflessi sul modo di usare la parola nella scrittura sia narrativa, sia poetica.
Il linguaggio comune elaborato dall’uomo si fonda su un sistema di logica binaria ,degli opposti, bianco e nero, positivo o negativo. La realtà invece è data dal principio di contraddizione o di coincidenza degli opposti, secondo la tradizione taoista. Ecco allora che per aderire al reale, alla vita, alla natura, il linguaggio dovrà per forza essere paradossale. Il linguaggio capace di esprimere la realtà non può usare una logica comune oggettiva, descrittiva, ma deve essere evocativo, intuitivo per lasciare spazio alla coscienza e alla meditazione come unica maniera data per conoscere. “Le parole vere/suonano al contrario.”(cap.78). Ecco dunque che la parola scritta narrativa o poetica per potersi fare interprete della realtà e della vera natura delle cose, deve fondarsi su un suono profondo che riproduca l’armonia dell’universo. Il linguaggio in grado di comunicare l’esperienza in modo universale è un linguaggio fatto di suono, di vuoto, di toni ed assonanze fortemente musicali che possano riprodurre l’armonia dell’universo che si fonda proprio su una unione degli opposti , di Essere e Non-essere, di vuoto e di pieno. Solo un linguaggio musicale che venga dal profondo può interpretare il Tao che è Via vitale dell’essere.
Questo linguaggio può essere quello poetico, ma anche quello narrativo. Ciò che conta per essere via alla conoscenza e tramite all’intuizione è che sia evocativo, un’unione di assonanze e di ritmi.
Penso ai mantra del buddismo. A “Om Sai Ram” , in particolare il mantra “Om” con il quale si inizia ogni preghiera buddista. Om deriva dal sanscrito e significa Via, Regola, come il Tao. Il mantra si recita su una sola nota, usando la respirazione in modo profondo. In questo modo il suono monocorde che ne esce nella preghiera è un “A U M” suggestivo che inizia con una inspirazione e finisce nell’espirazione. Il significato sta proprio nel riprodurre col suono della voce e la respirazione che lo accompagna l’armonia profonda dell’universo al momento della creazione.
Passo a questo punto all’opera di Paolo Ruffilli, ed in particolare a quella della piena maturità artistica, penso alla poesia di Le stanze del cielo e alla prosa di Un’altra vita.
Alla luce della tradizione sapienziale taoista e di quanto la Regola ci insegna, riesco a comprendere meglio la novità di queste ultime opere rispetto alle precedenti, pur in una continuità di stile e di contenuti. C’è nell’ultimo Ruffilli una ripresa ed un approfondimento di temi affrontati in precedenza, ma con una forma stilistica quasi del tutto svuotata da influenze del linguaggio descrittivo basato su una logica binaria. La parola è armoniosa e musicale, è paradossale ed evocativa. Lascia spazio all’immaginazione con una forma narrativa fatta più di vuoti che di pieni. Lo stile è certamente un’evoluzione di quello stile sobrio, incisivo e non elegiaco, senza sbavature di alcun genere, che già caratterizzava Ruffilli. Lo stile di un testimone che non parla di sé, ma si fa interprete degli altri e delle loro vite Ma qui c’è qualcosa di più. L’immaginazione prende una forma ancora più spirituale ed universale, tanto che le stanze dell’autore diventano le stanze ed il cielo di tutti, la sua ossessione per la prigionia quella di ogni essere umano, il suo dolore, il dolore del vivere stesso. E gli amori di cui ora ci parla, queste venti storie da attraversare in cerca di un’altra vita, sono amori in cui tutti possono vedere riflessa la propria immagine. I protagonisti non hanno un nome, i luoghi possono essere ogni luogo, e i sentimenti quelli riposti nel fondo di ogni anima. Tanti amori, e un unico amore. Un’unione, come la vita è unione, nella perfetta coincidenza degli opposti.
Di cui esempio più evidente in natura, è proprio l’unione fra uomo e donna, intesa però come abbraccio partecipe e non come fusione. Le opposte identità restano opposte, ma in uno scambio continuo che alimenta il fiume della vita e della natura profonda dell’universo. Essere e Non-essere “pur se nati insieme, hanno nomi diversi/e in comune solo il mistero./Sono il mistero più fondo del mistero,/la porta di ogni meraviglia.” E Paolo Ruffilli con la sua parola ci porta alla soglia di questo mistero.
Cito da Un’altra vita: “Per stringere la vita come abbracciare il proprio amante, e per goderla tutta intera, per forza si doveva morire nel frattempo e mettersi la morte dentro, così come accadeva poco alla volta. E che altro era, la primavera, appunto, se non uno dei rantoli e sobbalzi di quella morte da cui si risorgeva?” La lettura di questo autore comporta un’apertura ad immergersi totalmente nel mistero della vita per coglierne la profondità. E il significato della narrazione è l’interpretazione, attraverso la parola, della Via., o, più semplicemente, delle ragioni misteriose ma indilazionabili della vita e dell’essere.
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POETI IN CONSOLLE : Guido Passini

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Guido Passini è nato a Bologna nel novembre del 1978. Ammalato di fibrosi cistica, scopre di avere una grande passione per la poesia e di volerla condividere con tante altre persone. Nei suoi versi Guido libera l’anima : la poesia diventa così respiro di vita. Nel 2009 pubblica il suo primo libro di versi, Io, Lei e la Romagna, Fara Editore, Rimini. E’ curatore delle antologie poetiche Senza Fiato, Fara Editore, 2008, Senza Fiato 2(In ricordo di te), Fara, 2010 e Come farfalle diventeremo immensità, Fara, 2014. E’ fondatore e 1° Trustee del “Davide e Guido – Insieme – Fibrosi Cistica Trust Onlus” ,una iniziativa apolitica e senza scopi di lucro che nasce dalla volontà di un gruppo di persone che vogliono lottare contro la Fibrosi Cistica.

http://www.davideeguidoinsiemefctrust.it/

Ci sono due errori che si possono fare lungo la via verso la verità…..non andare fino in fondo,
e non iniziare.
(Confucio)

ANIMA

Tranquilla come roccia
levigata dall’acqua,
disorientata come polline al vento,
colonizzata da piccole termiti
che lentamente, costanti,
consumano il loro pasto
abusandone.
Annodata al corpo
fiera di esistere.

PUNTO MORTO

Non trovo la via d’uscita,
sbatto e risbatto contro spigoli bui.
Mi ritrovo a navigare in cisterne
di nulla: annaspando, tento di sollevare
la testa per prendere fiato,
trovo solo sbarre che mi bloccano.
Un senso di impotenza mi grava
sulle spalle, riportandomi giù,
giunto fino in fondo decido di restare
solo, solo con il mio silenzio.

SEI TU

E’ l’amore che mi mantiene in piedi,
quando sono stremato, combattuto,
sono le tue carezze che rilassano
la mente quando il silenzio è d’obbligo.

Sono i tuoi baci che mi scaldano
quando il gelo tenta di catturarmi,
sono le tue parole che mi riparano
dalla pioggia di sale che mi sovrasta.
Sei tu la parte migliore di me.

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