I MAESTRI: Paolo Ruffilli

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PAOLO RUFFILLI
Poeta, narratore e saggista, Paolo Ruffilli è una delle voci più importanti della poesia italiana contemporanea. Nato a Rieti nel 1949,ma originario di Forlì, si è laureato in Lettere presso l’Università di Bologna. Dopo alcuni anni trascorsi insegnando nei licei di Treviso, ha in seguito abbandonato il lavoro di docente per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività, in veste di saggista, traduttore, consulente e direttore editoriale, e collaboratore di quotidiani quali Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione e Il Gazzettino. E’ Direttore Letterario della Collana Biblioteca dei Leoni, LCE Edizioni, Castelfranco Veneto(TV)
E’ autore di numerose opere . Fra le raccolte di versi ricordiamo : Piccola colazione, Garzanti, Torino,1987, Diario di Normandia, Amadeus, 1990,Camera oscura, Garzanti, 1992, e La gioia e il lutto , Marsilio, Venezia, 2001, Le stanze del cielo, Marsilio, 2008 ,Affari di cuore, Einaudi ,2011; in narrativa i racconti Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003, Un’altra vita, Fazi,Roma,2010,e il romanzo,L’isola e il sogno, Fazi, 2011. Ha tradotto Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e La regola celeste del Tao.
Sua recente pubblicazione è l’opera di poesia Natura morta, Aragno, Torino, 2012, che contiene anche un prezioso saggio sulla poetica contemporanea.
Sono usciti recentemente, editi da Biblioteca dei Leoni:
I lupi e il rumore del tempo di Osip Mandel’stam,2013 e Il sole del pomeriggio di Costantino Kavafis,2014, di cui ha curato la traduzione e l’introduzione( la traduzione di quest’ultimo libro è stata curata insieme a Tino Sangiglio).

Paolo Ruffilli, La Regola Celeste, Il libro del tao,, Rizzoli, Bur, 2004

Con questa opera Paolo Ruffilli compie un’operazione culturale di grande portata: riportare all’antica armonia e suono poetico un testo sapienziale che risale ad oltre duemilacinquecento anni fa.
La Regola Celeste è stata tradotta più volte, ma per la prima volta Ruffilli dà luce ad una traduzione che riporta il testo alla sua vera origine: la poesia. I testi religiosi antichi, anche quelli della tradizione ebraica sono accomunati da questa caratteristica. Il loro suono è musicale, la parola è parola ritmica, armoniosa. La preghiera è suono. Pensiamo anche ai Salmi della Bibbia, al Cantico dei Cantici, non sono forse poesia? E il modo di recitarli era anticamente un canto, monocorde, su una sola nota. I Salmi venivano recitati in retto tono dai monaci, e lo sono anche attualmente nei monasteri, secondo la tradizione della Liturgia delle Ore benedettina.
Ma ritorniamo alla Via di Lao Tzu. E’ un testo di profonda spiritualità, il testo fondamentale della tradizione taoista. La traduzione in forma poetica, con suddivisione in ottantuno capitoli ed in calce ad ognuno una nota esplicativa del curatore, trasporta fedelmente all’epoca attuale lo spirito ed il contenuto dell’opera. Fedelmente perché il suono che ci viene dalla lettura si avvicina all’originale suono del testo in lingua cinese, e dunque può essere in grado di riportare a noi i contenuti in modo autentico e non falsato da una traduzione di tipo narrativo. Ruffilli fa riferimento per la sua nuova traduzione alle versioni inglesi di Waley, Londra 1934 e di Wing-Tsit Chan, “The Way of Lao Tzu”,New York 1962 e a quella francese di Duyvendak, “Tao to king”,Paris 1957. Il lavoro è supportato anche dall’ascolto dell’originale testo cinese, la cui versione più antica risale al 168 d.C., e questo per poter meglio trasporre in lingua italiana la costruzione musicale del testo,tutto costruito con assonanze e rime.
Ne La Regola Celeste possiamo trovare un vero e proprio trattato filosofico composto da una “cosmologia”, una “metafisica”,un’”etica” ed una “politica”.
La Regola inoltre viene tradizionalmente suddivisa in due parti: “La Via”,cap.1-37,e “La Virtù”,cap.38-81. Sembra che nel testo più antico la seconda parte fosse posta prima della Via. Ma questo ai fini della comprensione della Regola non ha molta importanza, come, a mio parere, non è neppure importantissima la suddivisione in capitoli. Ciò che conta è un ascolto profondo, attraverso la lettura dei contenuti e del suono delle parole profonde, ascolto che Paolo Ruffilli ci consente di sperimentare attraverso questa bella traduzione poetica, in ciò molto fedele all’origine e allo spirito del testo.
Tutto inizia dalla Via, il Tao, un’entità metafisica, distaccata ma perfetta, non una divinità creatrice, onnipotente, ma l’Essere perfettamente creato, il principio e la regola di ogni cosa.
“La via che può essere detta “via”/non è la vera via./Il nome che può essere chiamato per nome/non è il vero nome eterno./Senza nome è il principio/del cielo e della terra…”
Il principio e la regola dunque non sono nominabili, così come nella tradizione ebraica il Verbo non può essere nominato. La Via non ha un nome, solo le cose hanno nome.
“Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: “Dirai: Io sono mi ha mandato a voi”(Esodo,3,14-15) Il nome del Dio ebraico è “Jahvè”,”Io sono”.
Così il Tao è: “l’essere di tutti gli esseri, la pienezza e la vuotezza di tutte le cose”.
In questo testo c’è una cosmologia. Nel capitolo 25 si parla di un universo in continua espansione e trasformazione alla cui base c’è un’entità omogenea, immateriale ed immutabile che era “prima che cielo e terra/ fossero qualcosa di formato”.Questa entità che riconduce ogni cosa all’unità, può essere considerata la madre di tutto il creato. L’etica del Tao consiste nel non fare, il wu wei. In realtà è una operosità inattiva. Consapevole del principio della coincidenza fra gli opposti, essere e non essere, pieno e vuoto, che regola la natura, e quindi osservando la regola dell’inversamente proporzionale, e cercando il grande nel piccolo e il molto nel poco, il saggio entra nella complessità della vita seguendo la via semplice su cui il mondo riposa. Entrando in sintonia con la natura profonda delle cose, e non lasciandosi deviare dalle apparenze, egli può vivere in semplicità.
Questa etica del non fare può essere applicata anche alla politica e condurre ad un governo moderato e solido: “Base solida e radici fonde/sono la via per la tenuta e la durata”, e ancora ”Se un grande paese sa tenersi da basso/è come il centro della terra….” “E’ difficile governare/perché chi comanda/tende a strafare:/solo da questo, in realtà,/dipende la difficoltà…..”Anche qui il saggio applica la regola dell’inversamente proporzionale per la quale eccedendo nell’azione di governo si sconfina nell’ingiustizia e nel disordine. Occorre perseguire un’azione moderata e saggia di governo risalendo alla Via remota che governa la natura fino ad entrare in sintonia con questa. I governanti debbono ispirarsi alla virtù trascendentale, non a quella materiale ed umana, e fare così affidamento sulla maturazione naturale del popolo.
Bellissimo il passo di Lao Tzu sulla giustizia, dal capitolo 38:”Smarrita la Via, viene la Virtù./Perduta la virtù, c’è la carità./Sparita la carità, ecco la giustizia./Svanita la giustizia,/si ricorre al rito./Il rito è solo la parvenza/ di sincerità e di fede,/ l’inizio del disordine…” Si può vedere qui un ritratto fedele di quello che sta accadendo attualmente nella nostra società. Si seguono freddamente una serie di regole del tutto distaccate da qualsiasi Via o Virtù, e quindi saggezza, che in ciò diventano riti, procedure e che anziché portare vera giustizia e regola, portano al disordine sociale e all’ingiustizia di fatto.
Veniamo ora alla parte più propriamente letteraria di questa opera, e ai suoi riflessi sul modo di usare la parola nella scrittura sia narrativa, sia poetica.
Il linguaggio comune elaborato dall’uomo si fonda su un sistema di logica binaria ,degli opposti, bianco e nero, positivo o negativo. La realtà invece è data dal principio di contraddizione o di coincidenza degli opposti, secondo la tradizione taoista. Ecco allora che per aderire al reale, alla vita, alla natura, il linguaggio dovrà per forza essere paradossale. Il linguaggio capace di esprimere la realtà non può usare una logica comune oggettiva, descrittiva, ma deve essere evocativo, intuitivo per lasciare spazio alla coscienza e alla meditazione come unica maniera data per conoscere. “Le parole vere/suonano al contrario.”(cap.78). Ecco dunque che la parola scritta narrativa o poetica per potersi fare interprete della realtà e della vera natura delle cose, deve fondarsi su un suono profondo che riproduca l’armonia dell’universo. Il linguaggio in grado di comunicare l’esperienza in modo universale è un linguaggio fatto di suono, di vuoto, di toni ed assonanze fortemente musicali che possano riprodurre l’armonia dell’universo che si fonda proprio su una unione degli opposti , di Essere e Non-essere, di vuoto e di pieno. Solo un linguaggio musicale che venga dal profondo può interpretare il Tao che è Via vitale dell’essere.
Questo linguaggio può essere quello poetico, ma anche quello narrativo. Ciò che conta per essere via alla conoscenza e tramite all’intuizione è che sia evocativo, un’unione di assonanze e di ritmi.
Penso ai mantra del buddismo. A “Om Sai Ram” , in particolare il mantra “Om” con il quale si inizia ogni preghiera buddista. Om deriva dal sanscrito e significa Via, Regola, come il Tao. Il mantra si recita su una sola nota, usando la respirazione in modo profondo. In questo modo il suono monocorde che ne esce nella preghiera è un “A U M” suggestivo che inizia con una inspirazione e finisce nell’espirazione. Il significato sta proprio nel riprodurre col suono della voce e la respirazione che lo accompagna l’armonia profonda dell’universo al momento della creazione.
Passo a questo punto all’opera di Paolo Ruffilli, ed in particolare a quella della piena maturità artistica, penso alla poesia di Le stanze del cielo e alla prosa di Un’altra vita.
Alla luce della tradizione sapienziale taoista e di quanto la Regola ci insegna, riesco a comprendere meglio la novità di queste ultime opere rispetto alle precedenti, pur in una continuità di stile e di contenuti. C’è nell’ultimo Ruffilli una ripresa ed un approfondimento di temi affrontati in precedenza, ma con una forma stilistica quasi del tutto svuotata da influenze del linguaggio descrittivo basato su una logica binaria. La parola è armoniosa e musicale, è paradossale ed evocativa. Lascia spazio all’immaginazione con una forma narrativa fatta più di vuoti che di pieni. Lo stile è certamente un’evoluzione di quello stile sobrio, incisivo e non elegiaco, senza sbavature di alcun genere, che già caratterizzava Ruffilli. Lo stile di un testimone che non parla di sé, ma si fa interprete degli altri e delle loro vite Ma qui c’è qualcosa di più. L’immaginazione prende una forma ancora più spirituale ed universale, tanto che le stanze dell’autore diventano le stanze ed il cielo di tutti, la sua ossessione per la prigionia quella di ogni essere umano, il suo dolore, il dolore del vivere stesso. E gli amori di cui ora ci parla, queste venti storie da attraversare in cerca di un’altra vita, sono amori in cui tutti possono vedere riflessa la propria immagine. I protagonisti non hanno un nome, i luoghi possono essere ogni luogo, e i sentimenti quelli riposti nel fondo di ogni anima. Tanti amori, e un unico amore. Un’unione, come la vita è unione, nella perfetta coincidenza degli opposti.
Di cui esempio più evidente in natura, è proprio l’unione fra uomo e donna, intesa però come abbraccio partecipe e non come fusione. Le opposte identità restano opposte, ma in uno scambio continuo che alimenta il fiume della vita e della natura profonda dell’universo. Essere e Non-essere “pur se nati insieme, hanno nomi diversi/e in comune solo il mistero./Sono il mistero più fondo del mistero,/la porta di ogni meraviglia.” E Paolo Ruffilli con la sua parola ci porta alla soglia di questo mistero.
Cito da Un’altra vita: “Per stringere la vita come abbracciare il proprio amante, e per goderla tutta intera, per forza si doveva morire nel frattempo e mettersi la morte dentro, così come accadeva poco alla volta. E che altro era, la primavera, appunto, se non uno dei rantoli e sobbalzi di quella morte da cui si risorgeva?” La lettura di questo autore comporta un’apertura ad immergersi totalmente nel mistero della vita per coglierne la profondità. E il significato della narrazione è l’interpretazione, attraverso la parola, della Via., o, più semplicemente, delle ragioni misteriose ma indilazionabili della vita e dell’essere.
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