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Maria Antonia Maso Borso “Notturno”, Biblioteca dei Leoni, 2015_Recensione di Sandra Evangelisti

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Questa raccolta di poesie di Maria Antonia Maso Borso è stata giustamente definita un Canzoniere d’amore. Le poesie sono tante ed ispirate ad un unico soggetto d’amore, un uomo più giovane della poetessa e come lei poeta. Ma proprio per via della comune passione l’autrice ci dice “Mai così lunga fonte/da un unico soggetto”.
Una fonte tempestosa che così come porta grande gioia quando il soggetto è vicino e riscalda la vita, porta anche grande dolore quando la poetessa non ha accanto a sé l’amato. Percorrendo tutta la raccolta noto un bellissimo e sapiente passaggio dall’”io” soggetto delle prime poesie al “tu “dei versi successivi, e alla fine ad un “noi” corale.
Poesia apparentemente semplice e spontanea, carica di emozione e commovente, la poesia di Maria Antonia Maso Borso è invece un’opera di fine cesellatura del verso e della parola. Ci trascina in un continuo salire e discendere del sentimento per oltre centocinquanta pagine di espressione dell’emozione, tanto che una volta iniziata la lettura è quasi impossibile non percorrere insieme a lei questo cammino, in parte doloroso, ma per la maggior parte anche gioioso. Forse l’autrice ci vuole dire che comunque anche se non pienamente ricambiato l’amore è nutrimento per l’anima e per la vita, è sempre vicenda positiva che va vissuta fino in fondo, ed ha sempre una natura buona e gioiosa.
Questo Canzoniere è percorso da una vena di ironia, da un sapersi prendere in giro come per gioco che allenta la tensione emotiva, quando è troppa.
“Le tue, le mie emozioni/confuse nel lucido specchio della poesia/che supera i confini del reale/…”: qui troviamo la passione comune. “Eppur tanto mi piaci…./”ecco i momenti di leggerezza(ricordano i versi latini di Catullo). Poi la fatica di sostenere una forte passione: “Ripete qualche amico “stai serena”/come se a un tale/caduto dentro il fuoco/si potesse dire “non scottarti”.//” Poi un passaggio al “noi “che l’autrice ritrova con gli interessi in comune: “Un solo istante per ritrovare un “noi”/ sugli stessi sentieri/..” E comunque c’è la consapevolezza che anche se non completamente ricambiato il sentimento va sempre visto in un’ottica positiva, insomma l’amore anche non corrisposto è sempre un bene.
“Ci sia data la gioia del dolore/e la spina più aguzza della gioia./ci sia dato, per tutto, dire grazie.”
Io ringrazio l’autrice per questa esplosione di gioia , di emozioni e di colori sapientemente accostati che ci ha voluto donare. Fanno bene al cuore. Di tutti.

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MICHELA VITTURI, “La tempesta dell’amore”, Biblioteca dei Leoni, 2014, Prefazione di Sandra Evangelisti

65939662014VITTURICon La tempesta dell’amore, Michela Vitturi ci offre il suo secondo lavoro poetico.
Il primo, pubblicato nel 2009, aveva per titolo Ultravioletto. Entrambi i titoli contengono parole chiave per affrontare lo stile di poesia della Vitturi. L’ultravioletto, infatti è quella radiazione termica che ha una velocità immediatamente inferiore a quella della luce visibile, ma superiore a quella dei raggi X; è l’ultimo colore dello spettro dopo il viola.
Quel raggio invisibile, ma presente, che viene subito dopo l’ultimo raggio di luce di un arcobaleno. La poesia di Michela Vitturi si può identificare con quel raggio, Michela stessa è quel raggio. La poetessa veneziana, infatti, riesce a percepire e a tradurre in versi quel “quid” che appartiene alla realtà quotidiana e visibile, ma che solo chi è dotato di una particolare sensibilità e di un talento autentico e naturale per la scrittura, può tradurre in versi come quelli che andremo a leggere. E il “qualcosa di più” è l’amore per la vita, per la persona amata, per la figlia, per la natura, per il mare e per la città natale.
Ma l’amore nella vita dell’autrice, come un po’ in tutte le vite, è “tempesta”.
La vita è un percorso fatto di momenti felici come la compagnia della persona amata e la nascita di un figlio, ma anche di dolore e di solitudine, che spesso prevalgono sulla gioia(“Tempesta d’amore”).
Anche nei momenti più difficili la mano della persona amata aiuta a ritrovare in fondo all’ultimo orizzonte un sole che spunta.
In questa poesia ci sono un profondo spirito religioso e una forte sintonia con la natura, che aiutano a ritrovare una serenità che riappacifica con se stessi e con il mondo.
L’incipit “Sic transit gloria mundi”, tratto dal “De Imitatione Christi” testo religioso di autore anonimo, probabilmente datato intorno al XV° secolo, è significativo di questa semplicità quasi “ascetica” che informa tutto il libro e anche lo stile della poetessa.
L’autrice si sente un tutt’uno con la natura e cerca in alcuni momenti la simbiosi fra il proprio corpo e la Madre Terra: in questa perfetta unità creaturale trova pace e quiete :”La mia anima/ riposa tranquilla/sul giaciglio di piume/soffice e caldo/che tu/hai scavato/nella roccia/per me.”(“Quiete”)
Michela Vitturi si sente una creatura semplice che vive nel cuore della Terra e vive in simbiosi con la natura(“Plenilunio”).
L’ascesi spirituale talvolta è così forte che persino la mente viene considerata un ostacolo alla semplicità del corpo(“La mente mente”).
Il pensiero e lo stile di questa poesia sono caratterizzati da un contenuto quasi simile a quello dei Libri Sapienziali della religione orientale, ma anche occidentale. C’è un’adesione al paradosso e al linguaggio paradossale per cui :
“Sapere di non sapere/ecco dov’è il sublime./Non sapere convinti di sapere/ecco dov’è il malanno.//”
E ancora : “Ed è nell’alternarsi di Essere e Non- Essere/che appaiono dell’uno il gran prodigio/ e i limiti dell’altro./……….Sono il mistero più fondo del mistero,/la porta di ogni meraviglia.” da La Regola Celeste, il libro del Tao, Lao Tzù(traduzione di Paolo Ruffilli).
La poesia di Michela Vitturi è trasparente, chiara e incisiva come la sua anima: è un raggio di luce che coglie quei valori profondi e creaturali che stanno alla base di ogni arcobaleno della vita, ai confini del visibile, e li riporta a noi per farne dono a tutti.
Michela con la scrittura può arrivare alla soglia della “porta di ogni meraviglia”:
“Sarò il tuo raggio/di luna/che le tenebre/della notte/separa.”(“Passione”)

Sandra Evangelisti

Michela Vitturi è nata a Venezia nel 1959. Si è laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Padova con una tesi sull’inedito di Bertrand Russel “The Theory of Knowledge”, manoscritto del 1913. Ha collaborato a varie riviste con articoli, brevi saggi, racconti e recensioni. Ha pubblicato un libro di poesie dal titolo Ultravioletto(2009).
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I MAESTRI: Paolo Ruffilli

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PAOLO RUFFILLI
Poeta, narratore e saggista, Paolo Ruffilli è una delle voci più importanti della poesia italiana contemporanea. Nato a Rieti nel 1949,ma originario di Forlì, si è laureato in Lettere presso l’Università di Bologna. Dopo alcuni anni trascorsi insegnando nei licei di Treviso, ha in seguito abbandonato il lavoro di docente per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività, in veste di saggista, traduttore, consulente e direttore editoriale, e collaboratore di quotidiani quali Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione e Il Gazzettino. E’ Direttore Letterario della Collana Biblioteca dei Leoni, LCE Edizioni, Castelfranco Veneto(TV)
E’ autore di numerose opere . Fra le raccolte di versi ricordiamo : Piccola colazione, Garzanti, Torino,1987, Diario di Normandia, Amadeus, 1990,Camera oscura, Garzanti, 1992, e La gioia e il lutto , Marsilio, Venezia, 2001, Le stanze del cielo, Marsilio, 2008 ,Affari di cuore, Einaudi ,2011; in narrativa i racconti Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003, Un’altra vita, Fazi,Roma,2010,e il romanzo,L’isola e il sogno, Fazi, 2011. Ha tradotto Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e La regola celeste del Tao.
Sua recente pubblicazione è l’opera di poesia Natura morta, Aragno, Torino, 2012, che contiene anche un prezioso saggio sulla poetica contemporanea.
Sono usciti recentemente, editi da Biblioteca dei Leoni:
I lupi e il rumore del tempo di Osip Mandel’stam,2013 e Il sole del pomeriggio di Costantino Kavafis,2014, di cui ha curato la traduzione e l’introduzione( la traduzione di quest’ultimo libro è stata curata insieme a Tino Sangiglio).

Paolo Ruffilli, La Regola Celeste, Il libro del tao,, Rizzoli, Bur, 2004

Con questa opera Paolo Ruffilli compie un’operazione culturale di grande portata: riportare all’antica armonia e suono poetico un testo sapienziale che risale ad oltre duemilacinquecento anni fa.
La Regola Celeste è stata tradotta più volte, ma per la prima volta Ruffilli dà luce ad una traduzione che riporta il testo alla sua vera origine: la poesia. I testi religiosi antichi, anche quelli della tradizione ebraica sono accomunati da questa caratteristica. Il loro suono è musicale, la parola è parola ritmica, armoniosa. La preghiera è suono. Pensiamo anche ai Salmi della Bibbia, al Cantico dei Cantici, non sono forse poesia? E il modo di recitarli era anticamente un canto, monocorde, su una sola nota. I Salmi venivano recitati in retto tono dai monaci, e lo sono anche attualmente nei monasteri, secondo la tradizione della Liturgia delle Ore benedettina.
Ma ritorniamo alla Via di Lao Tzu. E’ un testo di profonda spiritualità, il testo fondamentale della tradizione taoista. La traduzione in forma poetica, con suddivisione in ottantuno capitoli ed in calce ad ognuno una nota esplicativa del curatore, trasporta fedelmente all’epoca attuale lo spirito ed il contenuto dell’opera. Fedelmente perché il suono che ci viene dalla lettura si avvicina all’originale suono del testo in lingua cinese, e dunque può essere in grado di riportare a noi i contenuti in modo autentico e non falsato da una traduzione di tipo narrativo. Ruffilli fa riferimento per la sua nuova traduzione alle versioni inglesi di Waley, Londra 1934 e di Wing-Tsit Chan, “The Way of Lao Tzu”,New York 1962 e a quella francese di Duyvendak, “Tao to king”,Paris 1957. Il lavoro è supportato anche dall’ascolto dell’originale testo cinese, la cui versione più antica risale al 168 d.C., e questo per poter meglio trasporre in lingua italiana la costruzione musicale del testo,tutto costruito con assonanze e rime.
Ne La Regola Celeste possiamo trovare un vero e proprio trattato filosofico composto da una “cosmologia”, una “metafisica”,un’”etica” ed una “politica”.
La Regola inoltre viene tradizionalmente suddivisa in due parti: “La Via”,cap.1-37,e “La Virtù”,cap.38-81. Sembra che nel testo più antico la seconda parte fosse posta prima della Via. Ma questo ai fini della comprensione della Regola non ha molta importanza, come, a mio parere, non è neppure importantissima la suddivisione in capitoli. Ciò che conta è un ascolto profondo, attraverso la lettura dei contenuti e del suono delle parole profonde, ascolto che Paolo Ruffilli ci consente di sperimentare attraverso questa bella traduzione poetica, in ciò molto fedele all’origine e allo spirito del testo.
Tutto inizia dalla Via, il Tao, un’entità metafisica, distaccata ma perfetta, non una divinità creatrice, onnipotente, ma l’Essere perfettamente creato, il principio e la regola di ogni cosa.
“La via che può essere detta “via”/non è la vera via./Il nome che può essere chiamato per nome/non è il vero nome eterno./Senza nome è il principio/del cielo e della terra…”
Il principio e la regola dunque non sono nominabili, così come nella tradizione ebraica il Verbo non può essere nominato. La Via non ha un nome, solo le cose hanno nome.
“Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: “Dirai: Io sono mi ha mandato a voi”(Esodo,3,14-15) Il nome del Dio ebraico è “Jahvè”,”Io sono”.
Così il Tao è: “l’essere di tutti gli esseri, la pienezza e la vuotezza di tutte le cose”.
In questo testo c’è una cosmologia. Nel capitolo 25 si parla di un universo in continua espansione e trasformazione alla cui base c’è un’entità omogenea, immateriale ed immutabile che era “prima che cielo e terra/ fossero qualcosa di formato”.Questa entità che riconduce ogni cosa all’unità, può essere considerata la madre di tutto il creato. L’etica del Tao consiste nel non fare, il wu wei. In realtà è una operosità inattiva. Consapevole del principio della coincidenza fra gli opposti, essere e non essere, pieno e vuoto, che regola la natura, e quindi osservando la regola dell’inversamente proporzionale, e cercando il grande nel piccolo e il molto nel poco, il saggio entra nella complessità della vita seguendo la via semplice su cui il mondo riposa. Entrando in sintonia con la natura profonda delle cose, e non lasciandosi deviare dalle apparenze, egli può vivere in semplicità.
Questa etica del non fare può essere applicata anche alla politica e condurre ad un governo moderato e solido: “Base solida e radici fonde/sono la via per la tenuta e la durata”, e ancora ”Se un grande paese sa tenersi da basso/è come il centro della terra….” “E’ difficile governare/perché chi comanda/tende a strafare:/solo da questo, in realtà,/dipende la difficoltà…..”Anche qui il saggio applica la regola dell’inversamente proporzionale per la quale eccedendo nell’azione di governo si sconfina nell’ingiustizia e nel disordine. Occorre perseguire un’azione moderata e saggia di governo risalendo alla Via remota che governa la natura fino ad entrare in sintonia con questa. I governanti debbono ispirarsi alla virtù trascendentale, non a quella materiale ed umana, e fare così affidamento sulla maturazione naturale del popolo.
Bellissimo il passo di Lao Tzu sulla giustizia, dal capitolo 38:”Smarrita la Via, viene la Virtù./Perduta la virtù, c’è la carità./Sparita la carità, ecco la giustizia./Svanita la giustizia,/si ricorre al rito./Il rito è solo la parvenza/ di sincerità e di fede,/ l’inizio del disordine…” Si può vedere qui un ritratto fedele di quello che sta accadendo attualmente nella nostra società. Si seguono freddamente una serie di regole del tutto distaccate da qualsiasi Via o Virtù, e quindi saggezza, che in ciò diventano riti, procedure e che anziché portare vera giustizia e regola, portano al disordine sociale e all’ingiustizia di fatto.
Veniamo ora alla parte più propriamente letteraria di questa opera, e ai suoi riflessi sul modo di usare la parola nella scrittura sia narrativa, sia poetica.
Il linguaggio comune elaborato dall’uomo si fonda su un sistema di logica binaria ,degli opposti, bianco e nero, positivo o negativo. La realtà invece è data dal principio di contraddizione o di coincidenza degli opposti, secondo la tradizione taoista. Ecco allora che per aderire al reale, alla vita, alla natura, il linguaggio dovrà per forza essere paradossale. Il linguaggio capace di esprimere la realtà non può usare una logica comune oggettiva, descrittiva, ma deve essere evocativo, intuitivo per lasciare spazio alla coscienza e alla meditazione come unica maniera data per conoscere. “Le parole vere/suonano al contrario.”(cap.78). Ecco dunque che la parola scritta narrativa o poetica per potersi fare interprete della realtà e della vera natura delle cose, deve fondarsi su un suono profondo che riproduca l’armonia dell’universo. Il linguaggio in grado di comunicare l’esperienza in modo universale è un linguaggio fatto di suono, di vuoto, di toni ed assonanze fortemente musicali che possano riprodurre l’armonia dell’universo che si fonda proprio su una unione degli opposti , di Essere e Non-essere, di vuoto e di pieno. Solo un linguaggio musicale che venga dal profondo può interpretare il Tao che è Via vitale dell’essere.
Questo linguaggio può essere quello poetico, ma anche quello narrativo. Ciò che conta per essere via alla conoscenza e tramite all’intuizione è che sia evocativo, un’unione di assonanze e di ritmi.
Penso ai mantra del buddismo. A “Om Sai Ram” , in particolare il mantra “Om” con il quale si inizia ogni preghiera buddista. Om deriva dal sanscrito e significa Via, Regola, come il Tao. Il mantra si recita su una sola nota, usando la respirazione in modo profondo. In questo modo il suono monocorde che ne esce nella preghiera è un “A U M” suggestivo che inizia con una inspirazione e finisce nell’espirazione. Il significato sta proprio nel riprodurre col suono della voce e la respirazione che lo accompagna l’armonia profonda dell’universo al momento della creazione.
Passo a questo punto all’opera di Paolo Ruffilli, ed in particolare a quella della piena maturità artistica, penso alla poesia di Le stanze del cielo e alla prosa di Un’altra vita.
Alla luce della tradizione sapienziale taoista e di quanto la Regola ci insegna, riesco a comprendere meglio la novità di queste ultime opere rispetto alle precedenti, pur in una continuità di stile e di contenuti. C’è nell’ultimo Ruffilli una ripresa ed un approfondimento di temi affrontati in precedenza, ma con una forma stilistica quasi del tutto svuotata da influenze del linguaggio descrittivo basato su una logica binaria. La parola è armoniosa e musicale, è paradossale ed evocativa. Lascia spazio all’immaginazione con una forma narrativa fatta più di vuoti che di pieni. Lo stile è certamente un’evoluzione di quello stile sobrio, incisivo e non elegiaco, senza sbavature di alcun genere, che già caratterizzava Ruffilli. Lo stile di un testimone che non parla di sé, ma si fa interprete degli altri e delle loro vite Ma qui c’è qualcosa di più. L’immaginazione prende una forma ancora più spirituale ed universale, tanto che le stanze dell’autore diventano le stanze ed il cielo di tutti, la sua ossessione per la prigionia quella di ogni essere umano, il suo dolore, il dolore del vivere stesso. E gli amori di cui ora ci parla, queste venti storie da attraversare in cerca di un’altra vita, sono amori in cui tutti possono vedere riflessa la propria immagine. I protagonisti non hanno un nome, i luoghi possono essere ogni luogo, e i sentimenti quelli riposti nel fondo di ogni anima. Tanti amori, e un unico amore. Un’unione, come la vita è unione, nella perfetta coincidenza degli opposti.
Di cui esempio più evidente in natura, è proprio l’unione fra uomo e donna, intesa però come abbraccio partecipe e non come fusione. Le opposte identità restano opposte, ma in uno scambio continuo che alimenta il fiume della vita e della natura profonda dell’universo. Essere e Non-essere “pur se nati insieme, hanno nomi diversi/e in comune solo il mistero./Sono il mistero più fondo del mistero,/la porta di ogni meraviglia.” E Paolo Ruffilli con la sua parola ci porta alla soglia di questo mistero.
Cito da Un’altra vita: “Per stringere la vita come abbracciare il proprio amante, e per goderla tutta intera, per forza si doveva morire nel frattempo e mettersi la morte dentro, così come accadeva poco alla volta. E che altro era, la primavera, appunto, se non uno dei rantoli e sobbalzi di quella morte da cui si risorgeva?” La lettura di questo autore comporta un’apertura ad immergersi totalmente nel mistero della vita per coglierne la profondità. E il significato della narrazione è l’interpretazione, attraverso la parola, della Via., o, più semplicemente, delle ragioni misteriose ma indilazionabili della vita e dell’essere.
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Renzia D’Incà,”Bambina con draghi”,Biblioteca dei Leoni,2013 nota di lettura di Sandra Evangelisti

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La poesia di Renzia D’Incà mi ha colpito, in questo suo recente lavoro, per la forza e la capacità di incidere e scolpire come uno scalpello nella pietra.
Il ritmo del verso è incalzante ed efficace, e così anche le rime e lo studio attento nell’uso della parola. Renzia riesce così a dare forma e a fare vivere per immagini e  visioni  le sue emozioni. Sono emozioni e vissuti catartici e purificatori: la bambina affronta i draghi della figura materna e di quella paterna e li supera. Interiorizzando e fagocitando il padre e la madre, l’autrice ritorna padre e madre di se stessa, si riappropria in modo quasi alchemico(mesmerismi) della sua identità e quindi della parte femminile e di quella maschile del proprio ego. Importante l’incipit tratto dal Simposio di Platone: “Eros è un gran Demone, o Socrate: infatti tutto ciò che è demonico è intermedio fra Dio e mortale./…….E stando in mezzo fra gli uni e gli altri, opera un completamento, in modo che tutto sia ben collegato con sé medesimo”
E’ il “demone” la forza sovrannaturale che consente all’autrice di uscire da se stessa e di superare i confini imposti dagli archetipi materni e paterni, per ritornare quasi magicamente padrona della propria esistenza.

“*

adesso sei ancora tu che aspetto
mio amore infiorato solitario, polpastrello
sfiorato mio demone notturno alato?

…………

*

il passato che non tornerà più, quel passato là
il presente che lo ripete senza far finta di niente
Tu mia ombra da decrittare, quel tempo corpo im|paziente

………………”

E ancora:

“*

forse in te non è la cura che cercavo
ma la scrittura l’inconsapevole cura
il corpo a corpo con la mia (e tua)paura
non eri tu quel corpo/verso ma controfigura
…………..”

Il volume è diviso in cinque sezioni: “Affioramenti”; “Mesmerismi”; “Ipossie binarie” ; “Parricidi” e “Dell’incurabile curagione”.
Dai titoli dati alle singole parti possiamo già notare una acuta ricerca della forma e del suono della parola. Ricerca che diventa anche metrica nei singoli componimenti. Le strofe sono quasi tutte composte da tre versi con rima a volte alternata o baciata, ma comunque libera. E il verso breve proseguendo lungo il cammino alchemico di questa guarigione interiore e magica si distende, e a poco a poco si allunga quasi nel parlato verso la fine.
E’ una poesia di ricerca, secca, musicale ed evocativa.
Sicuramente ci regala un’armonia nuova ed unica. E ascoltandola magicamente può evocare anche il nostro personale “demone” e portarci a ritrovare la nostra identità più nascosta e autentica.

Renzia D’Incà è nata nel 1966 a Belluno. Si è formata presso l’Università di Pisa, città dove risiede. Giornalista dal 1985, ha collaborato con Hystrio, Rocca, Il Grandevetro, Il Tirreno e La Nazione. Lavora come consulente per enti pubblici e privati in teatro e comunicazione. Ha condotto ricerche universitarie per le riviste Ariel e Drammaturgia e svolto tutoraggio di master universitario di Teatro e comunicazione teatrale per l’Università di Pisa. Ha pubblicato in poesia: Anabasi (Shakespeare& Company, 1995), L’altro sguardo (Baroni, 1998), Camera ottica (Baroni, 2002), Il Basilisco (Edizioni del Leone, 2006, con postfazione di Luigi Blasucci), L’Assenza (Manni, 2010, con prefazione di Concetta D’Angeli). Come saggista teatrale: il volume Il teatro del cielo (Premio Fabbri 1997), Il gioco del sintomo (Pacini-Fazzi, 2002) su un’esperienza di teatro e disagio mentale, La città del teatro e dell’immaginario contemporaneo (Titivillus, 2009), Il Teatro del dolore (Titivillus, 2012), saggio voluto dalla Regione Toscana, su una esperienza ventennale di teatro e disagio mentale. Come autrice di teatro sono stati rappresentati in diverse città Ars amandi-ingannate chi vi inganna e uno studio per Passio Mariae. Collabora come performer con musicisti che hanno composto brani inediti sui suoi testi ispirati al Il Basilisco e L’Assenza.  

Sandra Evangelisti

Pubblicato su “Lankelot.eu”  il  31/12/2013

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