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POETI CONTEMPORANEI: Maria Pia Quintavalla

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Maria Pia Quintavalla è nata a Parma, ma vive a Milano. Il suo primo libro Cantare semplice esce nel 1984 per le edizioni Tam Tam Geiger (nota di Nadia Campana). Nel 1985 inizia a curare la rassegna biennale nazionale Donne in poesia, da cui è nata l’omonima antologia, (Comune di Milano, 1988, ristampa Campanotto 1991). In quegli anni ha ideato anche il convegno nazionale: Bambini in rima / la poesia nella scuola dell’obbligo (Ass.to Comune di Milano, 1985 – Atti su Alfabeta 1986) frutto di un’altra passione: la pedagogia della poesia. Lettere giovani è il secondo libro (introduzione di M. Cucchi), 1990, Campanotto editore; nel 1991 ristampa integralmente Il Cantare sempre con Campanotto. Nel 1996 esce Le Moradas , per i tipi di Empiria (introduzione di G. Majorino) e, nel gennaio 2000, Estranea (canzone) per Piero Manni editore, saggio di Andrea Zanzotto).
Nel 2002 è uscita la raccolta di fiabe, prose e poesie brevi Corpus solum per le edizioni Archivi del ‘900 (nota di G. Neri). Recentemente sono state pubblicate le plaquettes Canzone, Una poesia, (Pulcinoelefante, 2002 e 2005) Napoletana (Copertine di M.me Webb, 2003) Le nubi sopra Parma, Battei, 2004, Album feriale, Archinto editore 2005 (introduzione di F. Loi). Compare nella antologia Biblioteca parmigiana del Novecento, Racconti parmigiani, MUP 2003, e Coglierò per te l’ultima rosa del giardino, MUP 2005, Album feriale (Archinto 2005). Ancora, tra le recenti antologie in: La donna, gli amori a cura di G. Sobrino, Loggia de’ Lanzi editore 2001, Io sempre a te ritorno, a cura di M.G. Maioli, Crocetti editore, Poeti per Milano, a cura di A. Gaccione – Viennepierre editore 2002, Le parole esposte, a cura di N. Lorenzini, Crocetti editore 2002 e in Quaderni Rosa – Scrittrici Italiane dell’Ultimo Novecento, a cura di N. De Giovanni e G. Rech – Presidenza del Consiglio dei Ministri editore, 2003, e in Trent’anni di Novecento, a cura di Alberto Bertoni, Book editore 2005.

Compianto in terracotta, III

L’età moderna

E’ sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Fabiana:

rinata là, mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta –
accucciata a terra poi, Sono qui,
vengo a prenderti, ristorati –
la tua casa e la mia sono nate
qui stesso spazio, sogno lo stesso –
sosteneva i suoi occhi,
prima di morire.

*

Le sue stanze combaciano là sopra
alle altre native
ma hanno sagome aperte più spaziate,
trapezi cerchi
verso i gradi della vita, poi:
quadri, rombi della luce che veleggiano
n e l l ’ a l t o.

*

La notte stanno a schiera (all’erta)
lampioni la punteggiano
sul parco e sostengono l a s e r a.

C’è tepore dove la donna ha procreato
amato e perso i suoi bambini,
una soltanto è viva, i ritratti piccoli
salutano fulgidi ogni giorno.
Lei si alza pigra, ci prepara il caffè
parliamo –
poi stiamo ore a rimirare la beltà
e la luce, in dolce sfondo
esplodono piccole nicchie ombrose
dai cespugli del San Paolo.

Qui, che ridiventa nido

I)

Se mi mettessi fuori a testimone,
del tempo e del mercato,
che la stessa scena ogni giorno
r i c o n c r e a

ma per meglio cogliere nel flusso
che si libera, io lenta
navigante che non sporge più
non rema a braccia a nuoto,
nuove luci arricchiscono disegnano
i suoi i fianchi flessi come l’iride.

Se testimone fossi dell’intero,
nel verso io potrei smorta
carpire un suono madido che afferra,
piega a lato in frescura,
la bocca benedice non sente più
pianti nolenti ma bambini
lesti nel correre,
che ricambiano il suo v o l o.

II)

Rivivi la tua infanzia, mentre ricrei
a Itaca, col padre
nel nome tuo familia nova che
come l’altra, drammatica insoluta

perché per crescere occorreva
essere amati, io adulta genitrice
della vita che si fa futura,
non mentore soltanto di occasione – infanzia
che si genera rifà mi pianta
intorno a un’ostrica mi incolla
alla matrice unita al male
con il bene, un arco soddisfatto
in sincronia f u t u r a.

Trasmigrano

I)

Trasmigrano i corpi, così l’amore
che mi sposta e muove –
ali che si toccano sfilano appena
il collo gli occhi, più leggeri
nel sorriso. Sogno
anse di nomi spinti da sonno cieco e
cani che riaprono l’alba;

lui, lei che si ricambiano
il cerchio del piacere,
dopo i cimiteri delle macchine là fuori,
ne trattengono il cuore, lo smarrito

se balbetta il tuo nome,
o tenerezza.

Terra scoscesa nel verde che disegna
parole come calvari in pietra

tra i nostri amori è l’acqua
dove una promessa sarà certissima
nel cuore
colmo, e con incerta mano,
dai baci incoronata
la t u a voce.

II)

Ha fede e ostinazione il mio diletto,
sparge il suo dire a coprifuoco
cerca mappe alle stelle
per arrivare fino a noi, la sera

una promessa, un rilevante sogno
in balbettii leggeri
esse-emme-esse che si sollevano
(deve essere già integro, discreto
lui, se lo capisce).

III)

Il mercato è la regola
della circolazione delle merci,
e non dei sensi
che amplificano il regno –
Volessi io tornare al segno dove
l’anima e il corpo si fronteggiano,
si palpano da ciechi

un tesoro ai tuoi piedi io governo,
tu lo porgi
dal libro dell’amore inviti

voli alto in dolzore,
poiché il ragno della vita, la mia
la tua rinascano
in nuova c a s a.

Ti amo intanto, piccola
figlia nel bozzolo, mentre ti prende
il gioco della crescita;
ritorno un poco indietro, attenta
scelgo sedermi calma, cerco

la c e n a dell’amore vivo.

Il padre

Quell’altra bocca quella
intessuta al viso e quell’acre
odore stupito che sorride,
come una mezzaluna guarda affaccia

dove ti specchi, acqua chiara
nube anche tu,
quel viso sempre amato
capitato a te accanto,

icona più addensata e pura,
forse lo amavi perché lo indicavi
col gesto fiducioso della mano?
Esso lo specchio di quest’altro

più piccolo sorriso a mezzaluna,
della manina (lingua e cuore)
che gli si tendeva, t u a –
Oh figlia strema, giù in attesa.

Saggezza a mezzogiorno,
filigrana alla finestra dei bei sogni,
e voci
su più tenui prati che

su più bianca strada
un suo destino sogna.

*

A notte, garrule chiacchieravamo
del giardino come sue guardiane,
né gli occhi si stancavano,
vagando nella musica i bicchieri.
Sapevo che là sotto, a quel secondo piano,
un bel varco attendeva
propiziando notte, il sonno dei felici:
negli occhi
la sopita infanzia si mostrava.

*

Il mondo era moderno al quarto piano,
come un’era adulta ma più sotto,
era l’antro dei sogni era l’infanzia.
Non era addio ma arrivederci,
a più tardi.
L’amica era la vita e libertà di affetti
adolescenti che ti porta piano,
va lontano, in fiaba eterna
di una piccola me contenta

come entrare e uscire da una porta,
una soltanto q u e l l a,
perché un padre aspetta
al piano che non s’apre più,

aspettava stava.

*

Ora il salto dei piani si è smarrito,
l’ascensore scende direttamente
al pian terreno, in un’uscita sola,
nessuno abita né solitario attende
alcuna voce dice,
E’ tardi va’ a dormire, oppure,
Cosa vuoi per pranzo l’indomani.

Alcuno a notte lascia letterine scritte
in uno stampatello di grafia leggera,
messaggi d’amore delicati dove
sentirsi al centro della vita,
non già più in salita ma una mano
che entra nella tua soave, e certa
p i a n o.

La popolazione che abita lassù
l’età moderna, oggi è in ospedale
lei non popola tutta la mia notte
ma una parte,
quella dell’oggi di chi scrive e conta:
qui dalla mano tenta
in un soffio rinverdisce cupole, sentieri
giù dalle sue scale, e stelle
una cartografia leggera

suggerisce non più parole umane
ma sole, le minute
di un diario che si annuncia ponte
o epistola, abbandono a cerchi della luce
dove vivere
verso l’impronta di noi due,
in amore.

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I MAESTRI: Paolo Ruffilli

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PAOLO RUFFILLI
Poeta, narratore e saggista, Paolo Ruffilli è una delle voci più importanti della poesia italiana contemporanea. Nato a Rieti nel 1949,ma originario di Forlì, si è laureato in Lettere presso l’Università di Bologna. Dopo alcuni anni trascorsi insegnando nei licei di Treviso, ha in seguito abbandonato il lavoro di docente per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività, in veste di saggista, traduttore, consulente e direttore editoriale, e collaboratore di quotidiani quali Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione e Il Gazzettino. E’ Direttore Letterario della Collana Biblioteca dei Leoni, LCE Edizioni, Castelfranco Veneto(TV)
E’ autore di numerose opere . Fra le raccolte di versi ricordiamo : Piccola colazione, Garzanti, Torino,1987, Diario di Normandia, Amadeus, 1990,Camera oscura, Garzanti, 1992, e La gioia e il lutto , Marsilio, Venezia, 2001, Le stanze del cielo, Marsilio, 2008 ,Affari di cuore, Einaudi ,2011; in narrativa i racconti Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003, Un’altra vita, Fazi,Roma,2010,e il romanzo,L’isola e il sogno, Fazi, 2011. Ha tradotto Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e La regola celeste del Tao.
Sua recente pubblicazione è l’opera di poesia Natura morta, Aragno, Torino, 2012, che contiene anche un prezioso saggio sulla poetica contemporanea.
Sono usciti recentemente, editi da Biblioteca dei Leoni:
I lupi e il rumore del tempo di Osip Mandel’stam,2013 e Il sole del pomeriggio di Costantino Kavafis,2014, di cui ha curato la traduzione e l’introduzione( la traduzione di quest’ultimo libro è stata curata insieme a Tino Sangiglio).

Paolo Ruffilli, La Regola Celeste, Il libro del tao,, Rizzoli, Bur, 2004

Con questa opera Paolo Ruffilli compie un’operazione culturale di grande portata: riportare all’antica armonia e suono poetico un testo sapienziale che risale ad oltre duemilacinquecento anni fa.
La Regola Celeste è stata tradotta più volte, ma per la prima volta Ruffilli dà luce ad una traduzione che riporta il testo alla sua vera origine: la poesia. I testi religiosi antichi, anche quelli della tradizione ebraica sono accomunati da questa caratteristica. Il loro suono è musicale, la parola è parola ritmica, armoniosa. La preghiera è suono. Pensiamo anche ai Salmi della Bibbia, al Cantico dei Cantici, non sono forse poesia? E il modo di recitarli era anticamente un canto, monocorde, su una sola nota. I Salmi venivano recitati in retto tono dai monaci, e lo sono anche attualmente nei monasteri, secondo la tradizione della Liturgia delle Ore benedettina.
Ma ritorniamo alla Via di Lao Tzu. E’ un testo di profonda spiritualità, il testo fondamentale della tradizione taoista. La traduzione in forma poetica, con suddivisione in ottantuno capitoli ed in calce ad ognuno una nota esplicativa del curatore, trasporta fedelmente all’epoca attuale lo spirito ed il contenuto dell’opera. Fedelmente perché il suono che ci viene dalla lettura si avvicina all’originale suono del testo in lingua cinese, e dunque può essere in grado di riportare a noi i contenuti in modo autentico e non falsato da una traduzione di tipo narrativo. Ruffilli fa riferimento per la sua nuova traduzione alle versioni inglesi di Waley, Londra 1934 e di Wing-Tsit Chan, “The Way of Lao Tzu”,New York 1962 e a quella francese di Duyvendak, “Tao to king”,Paris 1957. Il lavoro è supportato anche dall’ascolto dell’originale testo cinese, la cui versione più antica risale al 168 d.C., e questo per poter meglio trasporre in lingua italiana la costruzione musicale del testo,tutto costruito con assonanze e rime.
Ne La Regola Celeste possiamo trovare un vero e proprio trattato filosofico composto da una “cosmologia”, una “metafisica”,un’”etica” ed una “politica”.
La Regola inoltre viene tradizionalmente suddivisa in due parti: “La Via”,cap.1-37,e “La Virtù”,cap.38-81. Sembra che nel testo più antico la seconda parte fosse posta prima della Via. Ma questo ai fini della comprensione della Regola non ha molta importanza, come, a mio parere, non è neppure importantissima la suddivisione in capitoli. Ciò che conta è un ascolto profondo, attraverso la lettura dei contenuti e del suono delle parole profonde, ascolto che Paolo Ruffilli ci consente di sperimentare attraverso questa bella traduzione poetica, in ciò molto fedele all’origine e allo spirito del testo.
Tutto inizia dalla Via, il Tao, un’entità metafisica, distaccata ma perfetta, non una divinità creatrice, onnipotente, ma l’Essere perfettamente creato, il principio e la regola di ogni cosa.
“La via che può essere detta “via”/non è la vera via./Il nome che può essere chiamato per nome/non è il vero nome eterno./Senza nome è il principio/del cielo e della terra…”
Il principio e la regola dunque non sono nominabili, così come nella tradizione ebraica il Verbo non può essere nominato. La Via non ha un nome, solo le cose hanno nome.
“Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: “Dirai: Io sono mi ha mandato a voi”(Esodo,3,14-15) Il nome del Dio ebraico è “Jahvè”,”Io sono”.
Così il Tao è: “l’essere di tutti gli esseri, la pienezza e la vuotezza di tutte le cose”.
In questo testo c’è una cosmologia. Nel capitolo 25 si parla di un universo in continua espansione e trasformazione alla cui base c’è un’entità omogenea, immateriale ed immutabile che era “prima che cielo e terra/ fossero qualcosa di formato”.Questa entità che riconduce ogni cosa all’unità, può essere considerata la madre di tutto il creato. L’etica del Tao consiste nel non fare, il wu wei. In realtà è una operosità inattiva. Consapevole del principio della coincidenza fra gli opposti, essere e non essere, pieno e vuoto, che regola la natura, e quindi osservando la regola dell’inversamente proporzionale, e cercando il grande nel piccolo e il molto nel poco, il saggio entra nella complessità della vita seguendo la via semplice su cui il mondo riposa. Entrando in sintonia con la natura profonda delle cose, e non lasciandosi deviare dalle apparenze, egli può vivere in semplicità.
Questa etica del non fare può essere applicata anche alla politica e condurre ad un governo moderato e solido: “Base solida e radici fonde/sono la via per la tenuta e la durata”, e ancora ”Se un grande paese sa tenersi da basso/è come il centro della terra….” “E’ difficile governare/perché chi comanda/tende a strafare:/solo da questo, in realtà,/dipende la difficoltà…..”Anche qui il saggio applica la regola dell’inversamente proporzionale per la quale eccedendo nell’azione di governo si sconfina nell’ingiustizia e nel disordine. Occorre perseguire un’azione moderata e saggia di governo risalendo alla Via remota che governa la natura fino ad entrare in sintonia con questa. I governanti debbono ispirarsi alla virtù trascendentale, non a quella materiale ed umana, e fare così affidamento sulla maturazione naturale del popolo.
Bellissimo il passo di Lao Tzu sulla giustizia, dal capitolo 38:”Smarrita la Via, viene la Virtù./Perduta la virtù, c’è la carità./Sparita la carità, ecco la giustizia./Svanita la giustizia,/si ricorre al rito./Il rito è solo la parvenza/ di sincerità e di fede,/ l’inizio del disordine…” Si può vedere qui un ritratto fedele di quello che sta accadendo attualmente nella nostra società. Si seguono freddamente una serie di regole del tutto distaccate da qualsiasi Via o Virtù, e quindi saggezza, che in ciò diventano riti, procedure e che anziché portare vera giustizia e regola, portano al disordine sociale e all’ingiustizia di fatto.
Veniamo ora alla parte più propriamente letteraria di questa opera, e ai suoi riflessi sul modo di usare la parola nella scrittura sia narrativa, sia poetica.
Il linguaggio comune elaborato dall’uomo si fonda su un sistema di logica binaria ,degli opposti, bianco e nero, positivo o negativo. La realtà invece è data dal principio di contraddizione o di coincidenza degli opposti, secondo la tradizione taoista. Ecco allora che per aderire al reale, alla vita, alla natura, il linguaggio dovrà per forza essere paradossale. Il linguaggio capace di esprimere la realtà non può usare una logica comune oggettiva, descrittiva, ma deve essere evocativo, intuitivo per lasciare spazio alla coscienza e alla meditazione come unica maniera data per conoscere. “Le parole vere/suonano al contrario.”(cap.78). Ecco dunque che la parola scritta narrativa o poetica per potersi fare interprete della realtà e della vera natura delle cose, deve fondarsi su un suono profondo che riproduca l’armonia dell’universo. Il linguaggio in grado di comunicare l’esperienza in modo universale è un linguaggio fatto di suono, di vuoto, di toni ed assonanze fortemente musicali che possano riprodurre l’armonia dell’universo che si fonda proprio su una unione degli opposti , di Essere e Non-essere, di vuoto e di pieno. Solo un linguaggio musicale che venga dal profondo può interpretare il Tao che è Via vitale dell’essere.
Questo linguaggio può essere quello poetico, ma anche quello narrativo. Ciò che conta per essere via alla conoscenza e tramite all’intuizione è che sia evocativo, un’unione di assonanze e di ritmi.
Penso ai mantra del buddismo. A “Om Sai Ram” , in particolare il mantra “Om” con il quale si inizia ogni preghiera buddista. Om deriva dal sanscrito e significa Via, Regola, come il Tao. Il mantra si recita su una sola nota, usando la respirazione in modo profondo. In questo modo il suono monocorde che ne esce nella preghiera è un “A U M” suggestivo che inizia con una inspirazione e finisce nell’espirazione. Il significato sta proprio nel riprodurre col suono della voce e la respirazione che lo accompagna l’armonia profonda dell’universo al momento della creazione.
Passo a questo punto all’opera di Paolo Ruffilli, ed in particolare a quella della piena maturità artistica, penso alla poesia di Le stanze del cielo e alla prosa di Un’altra vita.
Alla luce della tradizione sapienziale taoista e di quanto la Regola ci insegna, riesco a comprendere meglio la novità di queste ultime opere rispetto alle precedenti, pur in una continuità di stile e di contenuti. C’è nell’ultimo Ruffilli una ripresa ed un approfondimento di temi affrontati in precedenza, ma con una forma stilistica quasi del tutto svuotata da influenze del linguaggio descrittivo basato su una logica binaria. La parola è armoniosa e musicale, è paradossale ed evocativa. Lascia spazio all’immaginazione con una forma narrativa fatta più di vuoti che di pieni. Lo stile è certamente un’evoluzione di quello stile sobrio, incisivo e non elegiaco, senza sbavature di alcun genere, che già caratterizzava Ruffilli. Lo stile di un testimone che non parla di sé, ma si fa interprete degli altri e delle loro vite Ma qui c’è qualcosa di più. L’immaginazione prende una forma ancora più spirituale ed universale, tanto che le stanze dell’autore diventano le stanze ed il cielo di tutti, la sua ossessione per la prigionia quella di ogni essere umano, il suo dolore, il dolore del vivere stesso. E gli amori di cui ora ci parla, queste venti storie da attraversare in cerca di un’altra vita, sono amori in cui tutti possono vedere riflessa la propria immagine. I protagonisti non hanno un nome, i luoghi possono essere ogni luogo, e i sentimenti quelli riposti nel fondo di ogni anima. Tanti amori, e un unico amore. Un’unione, come la vita è unione, nella perfetta coincidenza degli opposti.
Di cui esempio più evidente in natura, è proprio l’unione fra uomo e donna, intesa però come abbraccio partecipe e non come fusione. Le opposte identità restano opposte, ma in uno scambio continuo che alimenta il fiume della vita e della natura profonda dell’universo. Essere e Non-essere “pur se nati insieme, hanno nomi diversi/e in comune solo il mistero./Sono il mistero più fondo del mistero,/la porta di ogni meraviglia.” E Paolo Ruffilli con la sua parola ci porta alla soglia di questo mistero.
Cito da Un’altra vita: “Per stringere la vita come abbracciare il proprio amante, e per goderla tutta intera, per forza si doveva morire nel frattempo e mettersi la morte dentro, così come accadeva poco alla volta. E che altro era, la primavera, appunto, se non uno dei rantoli e sobbalzi di quella morte da cui si risorgeva?” La lettura di questo autore comporta un’apertura ad immergersi totalmente nel mistero della vita per coglierne la profondità. E il significato della narrazione è l’interpretazione, attraverso la parola, della Via., o, più semplicemente, delle ragioni misteriose ma indilazionabili della vita e dell’essere.
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I MAESTRI: Mario Specchio

mario specchio premio il fiore luglio 2008
Mario Specchio (Siena 1946-2012) è stato poeta, critico, saggista e illustre germanista. Ha insegnato Letteratura Tedesca e Traduzione Letteraria presso l’Università di Siena. Centrali, negli anni della sua formazione, sono gli incontri con lo scrittore Romano Bilenchi ed il poeta Mario Luzi al quale ha dedicato il volume Colloquio, edito da Garzanti, 1999, una biografia critica in forma di conversazione. Ha pubblicato i libri di poesia A piene mani, Vallecchi 1974, Nostalgia di Ulisse, Passigli 1999, Da un mondo all’altro, Passigli 2007, e il volume di racconti Morte di un medico, Sellerio 2004, con Prefazione di Antonio Tabucchi. Delle sue tante traduzioni da Goethe, Rilke, Hesse e Celan, ricordiamo Urfaust di Goethe rappresentato alla Biennale di Venezia nel 1985 e Poesie alla notte di Rilke, 2000, ancora di Rilke, La vita di Maria, 2007. Ultima sua opera letteraria è stata Passione di Maria, Edizioni Feeria, San Leolino, 2013, pubblicata postuma e illustrata con preziosi dipinti di Ernesto Piccolo.

Da Passione di Maria:

XIII

Risorgerai, lo so, ma non mi basta.
E noi quando potremo riabbracciarci?
E sarà in questa carne, in queste vesti
nel colore degli occhi
nel sorriso
che solo qualche volta nell’infanzia
ho visto illuminare il tuo bel viso?
E se in modo diverso come allora?
Lo so, si sta perdendo la mia mente
ma nelle viscere di una madre
neppure l’occhio di Dio può penetrare.
Perdona, sono nata da donna
sono terra
sono fragile come ora lo sei tu
e il prezzo da pagare è disumano.
E se è solo così che si riscatta
il male della terra
io ti domando
Figlio, figlio di carne
quale cielo
sarà tanto lontano dalla cima
di questo monte
da conservare intatto il proprio azzurro?
*
ernesto piccolo-2
XV

Mi sono portata con fatica
sino al sepolcro,
mi hanno detto che sei resuscitato
ed ho guardato
il tuo cielo
il cielo che tremò quando gridasti
Dio mio, Dio mio
perché mi hai abbandonato?
Ora è azzurro
e le nuvole d’aprile
hanno dimenticato quanto accadde
solo tre giorni fa,
anche la ferita più profonda
rimargina presto
a primavera.
Ora tutto è finito
sei tornato
alla patria celeste
so che presto
mi porterai con te.
Ti attendo Figlio
attendo quel momento
e ne ho spavento
lasciare questa terra
sarà più difficile per me
di quanto fu per te.
Ma sono qua, ti attendo,
fu soltanto un’attesa
la mia vita.
NZO-passione di maria
*
Congedo

Pittore che hai finito i tuoi colori
dipingi con il sangue
non lasciare
interrotto il ritratto della vita.
Altri verranno e aggiungeranno terra
di Siena ocra e arancione
allo strano disegno che tu tracci.
Ma tu solca col sangue la tua tela
i colori più belli sono quelli
che nessuno ricorda
sono quelli
che il vento ruba ai fiori
e agli aquiloni.
da A piene mani, Vallecchi, 1974

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Nazario Pardini. Due poesie: “Alba” e “Francesca”

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Da Poemetti onirici

Alba

Era bello vederla camminare per strada
col dolce portamento
di donna naturale. Sempre in mano
un mazzetto di fiori che mieteva
o sui cigli o nei campi ove incedeva
balzando da fossette con mossette
da elegante cerbiatta. Pure il nome
le si addiceva. Alba. Un po’ rosata
come quella che sorge aperta e schietta
oltre quei monti poco in lontananza,
e nello stesso tempo tanto chiari
da sentirli a portata, al mio paese.
Le era buon compagno un sorridente volto
per quelli che accostava.
Eppure contadina non sembrava
a meno che palpassi la sua mano
impastata di creta e modellata.
Era, paese, il tempo che flettevi
le mura d’aria sopra i biondi grani.
E lei li diradava, canticchiando,
dai sanguigni papaveri
così rossi come il sole di giugno
quando esplode a radere le terre.
Tu, tanto più vecchio, puoi rammemorare
i lunghi crini fulvi come spighe
pronte oramai per essere recise
dalla falce lucente. Anche la luna
si metteva a sostare, assieme a lei,
discesa a terra a sfidare le lucciole.
E quanto amava stare là in prima sera
quando l’asolo porta le sue essenze
d’erbe mature che avide di guazza
si accalcano di aromi. Ti ricordi?
“Falbe le mie parole nei meriggi
ti siano come i trilli delle foglie
del quercio nella mano. Sempre fresche
saranno alla calura risplendente
attorno alla sua chioma. Sentirai
l’animo ardente penetrarti a fondo
da gaie primavere.” Le mie rime
continuavano fluenti come l’onde
fiottanti dei suoi grani. Mai le lessi
quei versi giovanili. Solo un giorno
trovai il coraggio e forse avrei gridato
i piacevoli suoni. Era il mattino:
i voli dei rondoni
radevano di gridi il suo cortile
gravido di richiami.
Ma la voce del padre mi mozzò
quell’entusiasmo. Il balzo ho dentro l’anima:
si defilò fulmineo il suo profumo
di ghianda novellina. Mio paese,
siamo due oggetti in mano ad un destino
abbastanza impietoso. Tu lo vivi
con l’animo di pietra consumato
da secoli di storia, ed io lo vivo
da fragile mortale: un solo fatto
può essere sì forte dentro me
come duemila messi assieme. Si
rischia la morte se viene l’autunno.
Si ammalava nel cielo ogni esplosione;
solo un ricordo il tempo delle spighe!
E furono asfodeli e crisantemi
i fiori che associavano
i fradici scolori di stagione.
È doloroso il ricordo. Ed è inutile,
l’estremo pensiero del male
che una stagione porta sempre eguale
a ogni lembo di terra. Così giovane
passire con le foglie quando i canti
son meno cristallini,
non so!, ma forse ad Alba fu più caro.
Tutto era amaro: lungo le tue strade
povere e invecchiate, sopra le facciate
malate di novembre, e a te d’attorno,
ovunque, piccolo spazio in certi
fatti così greve, o mio paese,
da non sembrare certo innocua terra.

Da I canti dell’assenza

Francesca

Francesca mi parlava sulla rena
infuocata dal sole dell’estate.
Mi parlava del mare, della vita,
delle colline verdi che accendevano
i loro abbrivi in cuore al blu del cielo.
Mi diceva Francesca dei suoi sogni,
della sua casa candida assediata
da boschi e girasoli. La campagna
l’aveva dentro il cuore. E la vedeva
anche in quel mare inquieto e sconfinato –
ci si sperdeva libera -.
“E’ verde il mare come la mia avena”,
mi diceva Francesca. E delle assenze
mi parlava: di quella di sua madre.
Del dolore, del pianto, ma dagli occhi,
schegge di rara giada, le schizzavano
le parole non dette. Poi un bel giorno
mi raccontò di un sogno – le tremavano
le labbra e ed i pensieri -: “Fui rapita
e trasformata in una nube bianca.
Fui trasferita in cielo in compagnia
del brillio delle stelle e dell’azzurro.
Sì!, proprio là restai tutta la vita;
fra l’assenza dei mali e dei dolori;
spersa nell’aria pura dell’eccelso”.
Un giorno il sole a picco dell’agosto
forava l’ombrellone. Ed io attendevo.
Mi mancavano già
i sogni, le parole,
il suo tremore,
le mosse sensuali delle labbra,
quei gesti di fanciulla un po’ innocente,
disposta a rovesciare sulla rena,
calda d’estate, l’anima serena
e il suo futuro. Mi mancava Francesca.
Mai più la vidi. Mi dissero di lei…
Realizzò il suo sogno. Volò in cielo.
Un’altra stella in più in cuore all’azzurro.
Od una nube bianca che volteggia
libera, Francesca, verdi gli occhi,
color di cioccolata la sua pelle.
ruellesToscana1
Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Critico letterario, saggista, blogger, poeta, laureatosi in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia, è inserito in Antologie di rilievo. Per citarne alcune: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo) edita da G. Laterza, Bari 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse” edite da Lineacultura, Milano 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, di E. Rebecchi, Piacenza 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana” di P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine, Roma 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, S. Ramat – N. Bonifazi – G. Luti, Helicon, Arezzo ‘99; Dizionario Autori Italiani Contemporanei, Guido Miano Editore, Milano 2001; Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Dizionario degli autori italiani del secondo novecento, Helicon 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004 […]. Ha pubblicato 22 sillogi di poesia, un libro di racconti, (tutti premiati) note critiche e prefazioni per numerosi autori contemporanei. Moltissimi i premi letterari vinti, fra cui nella terna (Baudino, Mussapi, Pardini) al Premio Pisa 2000 con l’opera Alla volta di Leucade. Hanno scritto di lui critici famosi, fra cui: M. Luzi, G. Luti, V. Vettori, D. Carlesi, S. Guerrieri, P. Ruffilli, N. Di S. Busà, G. Giacalone, L. F. Accrocca, B. Sablone, A.Piromalli, S. Ramat, V. Esposito, Malinconico, E. Rebecchi, A. Nazzaro, A. Spagnuolo, Bàrberi Squarotti, L. Bruno, A. La Rocca, C. G. Lapusata, P. Celentano, B. Marniti, N. Bonifazi…, e riviste specializzate, fra cui “Poesia”. Il “Città di Pontremoli 2012” è l’ultimo Premio Letterario vinto con l’opera:
L'azzardo dei confini
L’azzardo dei confini, BookSprint, Salerno, 2011, pp, 220. L’ultima opera edita: Scampoli serali di un venditore di arazzi, The Writer Edizioni, Milano, 2012, pp, 222.
Pardini_2012Pubblicazioni: Foglie di campo. Aghi di pino. Scaglie di mare, L’Autore Libri, Firenze, 1993, finalista al Premio Editoriale omonimo; vincitrice del Premio “Cava De’ Tirreni”, Cava De’ Tirreni; del Premio “La Pieve”, Baccano-Arcola; del Premio “Trasimeno”, Perugia; del Premio “Identità”, Pontedera; del Premio “Duomo” Orvieto; del Premio “Clitunno”, Perugia; Le voci della sera, L’Autore Libri, Firenze, 1995 (con prefazione di F. Romboli), vincitrice del Premio “Le Stelle”, Savona; del Premio “Cava De’ Tirreni; del Premio “S. Benedetto”, Norcia; Il fatto di esistere, Lineacultura, Milano, 1996 (con prefazione di N. Di Stefano Busà), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; vincitrice del Premio “San Leonardo”, Parma; del Premio “Il Portone”, Pisa; del Premio “Città de La Spezia”, La Spezia; del Premio “Calentano”, Corato; La vita scampata, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1996 (con prefazione di S. Guerrieri), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; del Premio “Calentano”, Corato; del Premio “C. Tacito”, Terni; del Premio “Le stelle”, Savona; L’ultimo respiro dei gerani, Lineacultura, Milano, 1997 (con prefazione di N. Di Stefano Busà), vincitrice del Premio “Città de La Spezia”, La Spezia; La cenere calda dei falò, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1997 (con prefazione di S. Sodi), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; del Premio “Padus Amoenus”, Sissa; del Premio “Maestrale S. Marco”, Sestri Levante; Elegia per Lidia, Centro Culturale “Il Golfo”, La Spezia, 1998, vincitrice del Premio Editoriale omonimo; del Premio “Violetta di Soragna”, Parma; Suoni di luci ed ombre, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1998 (con prefazione di G. Albanese), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; vincitrice del Premio “Calafuria”, Livorno; Gli spazi ristretti del soggiorno, Editoriale “Le Stelle”, Savona, 1998 (con prefazione di R. Pancini), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; Sonetti all’aria aperta, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1999 (Vernacolo, con prefazione di B. Gianetti), vincitrice del Premio “Fucini”, S. Giuliano T.; Paesi da sempre, Chegai Editore, Firenze, 1999 (con prefazione di E. Andriuoli), vincitrice del Premio Editoriale “Parole” Firenze; del Premio “S. Gennaro Vesuviano”, (NA); Alla volta di Leucade, M. Baroni Editore, Viareggio, 1999 (Con prefazione di V. Vettori e postfazione di F. Romboli) vincitrice dei Premi: Tanzi, S. Mauro. a Signa; Aeclanum, Mirabella E.; Violetta di Soragna, Parma; La fonte di Ippocrene Modena; Premio Le Muse Pisa; Radici, Edizioni G. Laterza, Bari, 2000 (con prefazione di A. La Rocca), vincitrice del Premio Editoriale “Calentano” Bari; Si aggirava nei boschi una fanciulla, Edizioni E.T.S., Pisa, 2000 (Con prefazioni di D. Carlesi e V. Vettori) Segnalazione Speciale al Premio Pisa 2000; vincitrice del Premio “Bargagna”, Pontedera; D’Autunno, Edizioni E.T.S., Pisa, 2001 (Con prefazione di C. G. Lapusata), vincitrice del Premio “La fonte d’Ippocrene”, Modena; Le simulazioni dell’azzurro, Edizioni E.T.S., Pisa, 2002 (Con prefazione di F.Romboli e Postfazione di Lucia Bruno); Poesie di un anno, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 2002; Dal lago al fiume, Edizioni E.T.S., Pisa, 2005 (con prefazione di P. Fabrini); Canti d’amore, Edizioni Booksprint, Buccino, 2010, vincitrice del Premio “Di Liegro”, Roma; Riccardo. Racconti brevi, Edizioni Booksprint, Buccino, 2010, vincitrice del Premio “S. Maurelio”, Ferrara; L’azzardo dei confini, Edizioni Booksprint, Buccino, 2011, vincitrice dei Premi: “Toscana in Poesia” Viareggio; “Via Francigena”, Brescia; “Il Forte”, Forte dei Marmi; “Città di Pontremoli”, Aulla; “Aeclanum”, Mirabella Eclano; “Paestum”, Paestum; “Premio Nazionale di Arti Letterarie”, Torino; Scampoli serali di un venditore di arazzi, The Writer Edizioni, Milano,2012;Dicotomie, The Writer Edizioni, Milano, 2013.In gran parte edite come vincitrici di premi editoriali;Lettura di testi di autori contemporanei; I simboli del mito (Premio Pomezia);
A colloquio con il mare e con la vita (Premio Libero de Libero).
9788897341536Canti d'amore

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POETI IN CONSOLLE: Matteo Bianchi

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Matteo Bianchi, classe 1987, si è laureato in Lettere Moderne a Ferrara. Oggi si sta perfezionando in Filologia e Critica della Letteratura presso la Magistrale di Ca’ Foscari. Ha pubblicato le raccolte Poesie in bicicletta,Este Edition 2007,Fischi di merlo , Edizioni del Leone 2011, con una nota di Mario Specchio, e L’amore è qualcos’altro (Empirìa 2013), scritta a quattro mani con Alessio Casalicchio, con note di Roberto Pazzi e Giancarlo Pontiggia. È caporedattore delle Edizioni Kolibris, si occupa di ufficio stampa e collabora con il quotidiano “la Nuova Ferrara”, “Gagarin. Orbite culturali”, “SITI – Unesco World Heritage Sites Journal”, “QuiLibri”, “L’immaginazione”, e online con “Poesia 2.0” e “Alleo”. Cura il blog d’autore “inedito zero” su Repubblica.it (http://ineditozero-ferrara.blogautore.repubblica.it/ ), la rubrica “La Città dei Silenzi” sull’Annuario di Tellus (LaboS Editrice), e collabora a Punto. Almanacco della Poesia Italiana (puntoacapo Editrice). Numerosi i suoi articoli apparsi sul portale Rai Letteratura. È presente con liriche, interviste e argomentazioni critiche in svariate riviste e antologie, tra le quali In questo margine di valige estranee e Quel poco che sappiamo (Giulio Perrone, 2011) e L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio 1990-2012 (Kairós, 2013). Gianmarco Busetto ha interpretato sue poesie nell’audio-raccolta Con altra voce. Ventiquattro poesie. Ha fondato il Collettivo “Corrente Improvvisa” con Anna Ruotolo, di cui ha curato l’antologia Poeti di Corrente (Le Voci della Luna, 2013). Cura In gran segreto (www.ingransegreto.com ), rassegna annuale di poesia contemporanea a Ferrara e nel 2009 ha fondato l’Associazione Culturale “Gruppo del Tasso” (www.gruppodeltasso.it ). È stato tradotto in francese da Antoine Isenbrandt-Pitton sulla “Revue Verso” di Lucenay, n. 153, aprile – giugno 2013, e in inglese da Christopher Channing su “Pelagos Letteratura”. Ha una pagina a lui dedicata sul sito “Italian Poetry”.

Da Fischi di merlo, Edizioni del Leone, Venezia, 2011

Facciamo così:
tu spegni la luna,
io raccolgo i cocci
di stelle brillare
e arrotolo il cielo,
persiano di fine fattura.

La mia luna
si è persa.
Mi avanza
il solito buio
marcio
e stramarcio.

*

La pioggia scava
la condensa sul vetro
e lascia a sé
lo sguardo spento.
Il grigio è denso
e rigato:
è segnato
il carcerato
dietro le sbarre
di ferro consumato.
Tutto di fuori è assonnato,
ma dentro impreca,
grida l’immenso.

Mi sento un’ombra
di chi non so
di chi non c’è
tra la folla.

*

Buonsenso naufragato
fiaccato di continuo,
compagno di avventure
e di trambusti…..
approdare accaldato
trascinato nel trionfo,
tra le vesti statuarie
e il tonfo delle grida,
piuttosto che celare
una sconfitta al giorno,
minuta, uno spillo da cucito:
la libbra non muta.
Sono legato a proseguire
su zattere di legno sottile,
su accenni, umori storti
e talvolta deboli sorrisi
disciolti elisir di salvezza
i miei raggiri.

*

Finirai un giorno
pure tu, nuvolosa,
dall’altra parte dello specchio,
quella ombrosa.
Quella stretta senza il retro.
Cercando l’ego di continuo.
Io, invece, sarò di là,
o di qua.
Tirerò il fiato
in quella ariosa.
Sollevato
senza riflesso
libero da me stesso.

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“Appunti su Mario Luzi”, di Sandra Evangelisti

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Brevi note biografiche

” Non esiste un poeta di così lungo corso e sempre in ascolto come è Mario Luzi, il cui itinerario poetico non ha mai comportato una pigra amministrazione delle proprie ricchezze, ma si è sempre prodigalmente speso, e tuttora si spende, in diverse avventure dell’immaginazione con un esito di molteplicità che non ha eguali nel nostro secolo». Queste parole di Stefano Verdino ben introducono a questo grande poeta, il maggiore contemporaneo italiano. Mario Luzi è nato a Castello, allora frazione di Sesto Fiorentino, ora inglobato in Firenze, il 20 ottobre 1914 e «diversamente da altri importanti poeti della sua generazione come Bertolucci, Caproni e Sereni, Luzi è stato pressoché‚ subito riconosciuto: la sua era un’«immagine esemplare» (secondo una famosa definizione di Carlo Bo) già nel 1940., quando il poeta non ancora ventiseienne viveva in quella capitale della letteratura italiana che era la Firenze degli anni trenta, la città allora di Montale, Gadda, Palazzeschi, Vittorini, Gatto, Pratolini e altri. Il precoce riconoscimento comportò anche un’etichetta – Luzi poeta ermetico, anzi il poeta ermetico per antonomasia – che, mai respinta dal poeta fedele alla propria giovinezza, si è sempre più mostrata limitante e inadeguata. La vastità dell’opera luziana fa sì che egli sia un poeta plurimo come pochi e che sia emblematico di stagioni tra loro diverse: il primo Luzi (fino agli anni cinquanta) è significativo rappresentante di una lirica esistenziale (soprattutto con Sereni, suo prediletto interlocutore in poesia) di derivazione ben più montaliana di quanto l’appariscente orfismo di alcune sue punte ermetiche faccia supporre. Però poi si apre la svolta: il punto di vista non è più tra l’io e la realtà, non c’è più giudizio (o pregiudizio): l’io come tutti e tutto è nel flusso, è attraversato dalla vita, come è attraversato dalla parola: il poeta assume per sé‚ il ruolo umile e superbo di scriba, in un rinnovamento degli istituti del dire poetico e delle prospettive fondamentale per il tardo Novecento, affine, per quanto diversissimo, all’altro prediletto compagno di poesia, Giorgio Caproni. È la stagione poetica che, dopo la svolta di Nel magma, fa la grandezza del Luzi di tardo Novecento, poeta della «pienezza» (per usare un’espressione di Giovanni Giudici). E va riconosciuto il coraggio di una poesia che, per quanto allarmata dal nefando della storia, dice un raro (o forse unico) “sì” a una vita naturale (Stefano Verdino, in “Italica”, www.italica.rai.it).Mario Luzi è scomparso all’età di novant’anni nel febbraio 2005. Continua a leggere

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Antonio Sagredo Lettere perse D- E-F-G-H-I-L (inedito)

antonio-sagredo-ritrattoAntonio Sagredo è un autore completamente inedito in Italia, tradotto e apprezzato in Spagna, è quasi sconosciuto in patria. Dopo aver compiuto gli studi di slavistica all’Università la Sapienza di Roma ha lavorato presso una banca. Sagredo ha sempre mantenuto un atteggiamento di ostracismo nei confronti del ceto letterario italiano e ne è stato, per così dire, ampiamente ricambiato con un silenzio che non sappiamo se di neutralità e cinismo o altro. Fatto è che lungo cinquanta anni di solitario e inedito percorso poetico Antonio Sagredo si è cimentato in un itinerario Continua a leggere

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Valerio Magrelli, “Geologia di un padre”, Einuadi, 2013. Recensione di Ninnj Di Stefano Busà

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Geologia di un padre, di Valerio Magrelli, Ed. Einaudi, 2013

 di Ninnj Di Stefano Busà

Come non centellinare il contenuto di un lavoro pregevole come il libro “Geologia di un padre” di Valerio Magrelli? È una virtù che non tutti possiedono quella di saper sviluppare entro l’orbita stretta di un pensiero poetante un retropensiero amabile e fresco, ma anche antico e capace di tenerezze sentimentali.
Una scrittura, che potremmo definire antilirica quella dell’autore trattato, tendente ad un antilirismo costituzionale che fa la differenza, sempre antitetica alla tradizione melica, antiromantica per estrazione, incline magari al colloquio, alla riverberazione di una luce interiore smagrita, ma raffinata, inquieta, mai retorica, sorvegliatissima, una prosa e una poesia che hanno la raffinatezza niente affatto studiata, mai tecnicistica, mai incantata, si potrebbe definire: un fuoco che cova da un incendio che <è divampato>, quasi sempre realistica, fortemente incline alla metafora, mai priva di accensioni eccedenti, ma sobria, tout court destinata a veder chiaro oltre la cortina nebbiosa di una realtà tragica. Un lessico struggente senza essere strumentalmente romantico, che smarrisce la sua malinconia melica e porta avanti il suo realismo costituzionale, il suo refrattario barlume di sofferenza, di dolore. Ognuno può leggere la scrittura magrelliana a suo modo, ma tutte le letture e le chiavi di esse portano ad un piano alto di linguismo, considerato come flusso di memoria assordante.Il lavoro letterario è notevole per strati memoriali, per libere e profonde associazioni di idee, considerazioni, episodi, momenti che una capacità libera e fortemente impregnata di lirismo, come la sua, e di grande preparazione letteraria, come la sua, può adattare a qualsiasi scrittura. Vi sono accostamenti arditi, metafore straordinarie, eccellenti voli, per valenza mnemonica, ma anche per stupefacenti correlazioni amorose.
Il libro in esame è un vastissimo dono al padre che non è più.
Stupendo il punto in cui l’autore dice: mi vedo mentre lo sospingo nel corridoio di casa, attaccato al girello, un Anchise a rotelle con un Enea ortopedico. Ma ve ne sono tanti, che mostrano la particolare metodica di “un’assenza” che vive di tenerezze, anche dopo la dipartita: un amore intatto che respira ed è presente, oltre le cortine di nebbia della morte. Quanta storia filiale transita dalle sue vene al padre e viceversa! Unione consanguinea che non conosce ostacoli, si fa carne di pensiero in ogni momento, senza essere mai elegia, anzi, oserei dire che vi è da parte di Magrelli il rifiuto del “poetichese”. Nei suoi versi vi è una tela intessuta d’oro, senza utilizzare lamine del metallo prezioso.
Vi è in questo poeta e scrittore ormai consolidato, la circostanza di una solida scrittura contemporanea che fa da confine al classicismo reiterato, svetta, si prolunga in una fase di nuova gemmazione, si trasforma, si allinea ad una contemporaneità che entra in gioco e lo preserva da ogni senso retorico, accendendo metafisiche forme, categorie di un gettito letterario che è celebrazione di una nuova entità.

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APPUNTI PER UNA IPOTESI DI POETICA di Paolo Ruffilli

Ruffilli

“Per pronunciare davvero il sublime, penso che occorra partire dal calco, dall’orma, da una traccia sottile. Per una legge dell’inversamente proporzionale: quanto più è basso il tono, tanto più alto è l’effetto. Non è che intenda, per carità, rinunciare alla “grandezza” delle cose. Ma trovo giusto rilevarla nella loro “piccolezza”. E mi piace soffiarci dentro quell’arietta frizzante che fa, del castello di Atlante, l’attracco delle astronavi per il resto dell’universo”

(Paolo Ruffilli, da Appunti per una ipotesi di poetica, NATURA MORTA, Aragno, 2012)

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