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Una poesia di Nazario Pardini

Nausicaa sulle rive del Serchio

Ho sempre immaginato che alla foce del Serchio
nel punto in cui il mio fiume sfocia in mare
ci fossero fanciulle arzille e gaie
a stendere il bucato sopra i rovi
che si assiepano attorno. E che nel fosco
delle pinete zeppe di frescura
ci fossero, sepolti dalle foglie,
naufraghi a riposare nell’attesa
di essere destati dalle grida
delle stesse fanciulle intente al gioco.
In ogni luogo delle mie canzoni
ci sono Nausichee a ricordare
lo splendore degli anni. Il bello dell’amore.
Il fulgore del bello. Nausichee
che si aggirano su spiagge per cantare
inni di gioia, speranze giovanili,
sogni di dee, immagini di volti.
E nel mio mondo fittizio e nei dintorni,
su consiglio di Atena, giunta in sogno,
Nausicaa appresta il carro; vi dispone
con le ancelle che corrono al richiamo
le vesti da lavare lungo il Serchio.
Il fiume si disperde e quieto è il mare,
le cui onde carezzano le sponde
con dolce melodia. Da quell’acque
esce spossato Ulisse, naufragato,
spoglio di panni e salvo dagli affanni.
Si addormenta in disparte, ricoprendo
di foglie sparse il corpo affaticato.
Intanto Nausicaa con le ancelle,
nude le forme e tondeggianti i glutei,
si mette a giocare sulla spiaggia
nell’attesa che il tempo renda asciutto
il candido corredo esposto al sole.
Ma la palla non sempre segue il corso
e questa volta dritta va nel fiume
facendo uscire dalle labbra in fiore
un urlo di sorpresa che risveglia
il naufrago assonnato. Egli da subito
strappa una frasca alla ridente acacia
per tappare sul corpo le vergogne.
Fuggono le ancelle in qua e in là
stupite dalla insolita presenza
di un uomo logorato dai marosi.
Ma Nausicaa resta. A lei si volge,
rapito dal fulgore dei suoi occhi,
Ulisse sbigottito, frastornato:
“Sei donna o dea? Incantevole visione?
Dai lividi del mare io scampato
rimasi venti giorni nei suoi flutti.”.
Per un nuovo sentir che la percorre
lei gli si scioglie, sorpresa dalla vista
di un divino apparire, dalla grazia
di un fisico scolpito dai salmastri.
E insieme
si dirigono alla rocca dei Feaci,
dove suo padre regna.
13/07/2017

Nazario Pardini da Cronaca di un soggiorno, Edizioni Writer, 2018

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UN POEMETTO INEDITO di Sandra Evangelisti. Atto I

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I

Prendo atto della triste realtà
e mi arrendo all’evidenza della resa
pur sapendo che il prezzo del ricatto
è più alto del possibile riscatto,
e sapendo che ignorando il comune senso del possesso
ma ripresa nel vigore dell’eccesso

sarò libera di andare

per la strada che

mi pare………

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I MAESTRI: Paolo Ruffilli

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PAOLO RUFFILLI
Poeta, narratore e saggista, Paolo Ruffilli è una delle voci più importanti della poesia italiana contemporanea. Nato a Rieti nel 1949,ma originario di Forlì, si è laureato in Lettere presso l’Università di Bologna. Dopo alcuni anni trascorsi insegnando nei licei di Treviso, ha in seguito abbandonato il lavoro di docente per dedicarsi a tempo pieno alla sua attività, in veste di saggista, traduttore, consulente e direttore editoriale, e collaboratore di quotidiani quali Il Resto del Carlino, Il Giorno, La Nazione e Il Gazzettino. E’ Direttore Letterario della Collana Biblioteca dei Leoni, LCE Edizioni, Castelfranco Veneto(TV)
E’ autore di numerose opere . Fra le raccolte di versi ricordiamo : Piccola colazione, Garzanti, Torino,1987, Diario di Normandia, Amadeus, 1990,Camera oscura, Garzanti, 1992, e La gioia e il lutto , Marsilio, Venezia, 2001, Le stanze del cielo, Marsilio, 2008 ,Affari di cuore, Einaudi ,2011; in narrativa i racconti Preparativi per la partenza, Marsilio, 2003, Un’altra vita, Fazi,Roma,2010,e il romanzo,L’isola e il sogno, Fazi, 2011. Ha tradotto Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e La regola celeste del Tao.
Sua recente pubblicazione è l’opera di poesia Natura morta, Aragno, Torino, 2012, che contiene anche un prezioso saggio sulla poetica contemporanea.
Sono usciti recentemente, editi da Biblioteca dei Leoni:
I lupi e il rumore del tempo di Osip Mandel’stam,2013 e Il sole del pomeriggio di Costantino Kavafis,2014, di cui ha curato la traduzione e l’introduzione( la traduzione di quest’ultimo libro è stata curata insieme a Tino Sangiglio).

Paolo Ruffilli, La Regola Celeste, Il libro del tao,, Rizzoli, Bur, 2004

Con questa opera Paolo Ruffilli compie un’operazione culturale di grande portata: riportare all’antica armonia e suono poetico un testo sapienziale che risale ad oltre duemilacinquecento anni fa.
La Regola Celeste è stata tradotta più volte, ma per la prima volta Ruffilli dà luce ad una traduzione che riporta il testo alla sua vera origine: la poesia. I testi religiosi antichi, anche quelli della tradizione ebraica sono accomunati da questa caratteristica. Il loro suono è musicale, la parola è parola ritmica, armoniosa. La preghiera è suono. Pensiamo anche ai Salmi della Bibbia, al Cantico dei Cantici, non sono forse poesia? E il modo di recitarli era anticamente un canto, monocorde, su una sola nota. I Salmi venivano recitati in retto tono dai monaci, e lo sono anche attualmente nei monasteri, secondo la tradizione della Liturgia delle Ore benedettina.
Ma ritorniamo alla Via di Lao Tzu. E’ un testo di profonda spiritualità, il testo fondamentale della tradizione taoista. La traduzione in forma poetica, con suddivisione in ottantuno capitoli ed in calce ad ognuno una nota esplicativa del curatore, trasporta fedelmente all’epoca attuale lo spirito ed il contenuto dell’opera. Fedelmente perché il suono che ci viene dalla lettura si avvicina all’originale suono del testo in lingua cinese, e dunque può essere in grado di riportare a noi i contenuti in modo autentico e non falsato da una traduzione di tipo narrativo. Ruffilli fa riferimento per la sua nuova traduzione alle versioni inglesi di Waley, Londra 1934 e di Wing-Tsit Chan, “The Way of Lao Tzu”,New York 1962 e a quella francese di Duyvendak, “Tao to king”,Paris 1957. Il lavoro è supportato anche dall’ascolto dell’originale testo cinese, la cui versione più antica risale al 168 d.C., e questo per poter meglio trasporre in lingua italiana la costruzione musicale del testo,tutto costruito con assonanze e rime.
Ne La Regola Celeste possiamo trovare un vero e proprio trattato filosofico composto da una “cosmologia”, una “metafisica”,un’”etica” ed una “politica”.
La Regola inoltre viene tradizionalmente suddivisa in due parti: “La Via”,cap.1-37,e “La Virtù”,cap.38-81. Sembra che nel testo più antico la seconda parte fosse posta prima della Via. Ma questo ai fini della comprensione della Regola non ha molta importanza, come, a mio parere, non è neppure importantissima la suddivisione in capitoli. Ciò che conta è un ascolto profondo, attraverso la lettura dei contenuti e del suono delle parole profonde, ascolto che Paolo Ruffilli ci consente di sperimentare attraverso questa bella traduzione poetica, in ciò molto fedele all’origine e allo spirito del testo.
Tutto inizia dalla Via, il Tao, un’entità metafisica, distaccata ma perfetta, non una divinità creatrice, onnipotente, ma l’Essere perfettamente creato, il principio e la regola di ogni cosa.
“La via che può essere detta “via”/non è la vera via./Il nome che può essere chiamato per nome/non è il vero nome eterno./Senza nome è il principio/del cielo e della terra…”
Il principio e la regola dunque non sono nominabili, così come nella tradizione ebraica il Verbo non può essere nominato. La Via non ha un nome, solo le cose hanno nome.
“Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”. E aggiunse: “Dirai: Io sono mi ha mandato a voi”(Esodo,3,14-15) Il nome del Dio ebraico è “Jahvè”,”Io sono”.
Così il Tao è: “l’essere di tutti gli esseri, la pienezza e la vuotezza di tutte le cose”.
In questo testo c’è una cosmologia. Nel capitolo 25 si parla di un universo in continua espansione e trasformazione alla cui base c’è un’entità omogenea, immateriale ed immutabile che era “prima che cielo e terra/ fossero qualcosa di formato”.Questa entità che riconduce ogni cosa all’unità, può essere considerata la madre di tutto il creato. L’etica del Tao consiste nel non fare, il wu wei. In realtà è una operosità inattiva. Consapevole del principio della coincidenza fra gli opposti, essere e non essere, pieno e vuoto, che regola la natura, e quindi osservando la regola dell’inversamente proporzionale, e cercando il grande nel piccolo e il molto nel poco, il saggio entra nella complessità della vita seguendo la via semplice su cui il mondo riposa. Entrando in sintonia con la natura profonda delle cose, e non lasciandosi deviare dalle apparenze, egli può vivere in semplicità.
Questa etica del non fare può essere applicata anche alla politica e condurre ad un governo moderato e solido: “Base solida e radici fonde/sono la via per la tenuta e la durata”, e ancora ”Se un grande paese sa tenersi da basso/è come il centro della terra….” “E’ difficile governare/perché chi comanda/tende a strafare:/solo da questo, in realtà,/dipende la difficoltà…..”Anche qui il saggio applica la regola dell’inversamente proporzionale per la quale eccedendo nell’azione di governo si sconfina nell’ingiustizia e nel disordine. Occorre perseguire un’azione moderata e saggia di governo risalendo alla Via remota che governa la natura fino ad entrare in sintonia con questa. I governanti debbono ispirarsi alla virtù trascendentale, non a quella materiale ed umana, e fare così affidamento sulla maturazione naturale del popolo.
Bellissimo il passo di Lao Tzu sulla giustizia, dal capitolo 38:”Smarrita la Via, viene la Virtù./Perduta la virtù, c’è la carità./Sparita la carità, ecco la giustizia./Svanita la giustizia,/si ricorre al rito./Il rito è solo la parvenza/ di sincerità e di fede,/ l’inizio del disordine…” Si può vedere qui un ritratto fedele di quello che sta accadendo attualmente nella nostra società. Si seguono freddamente una serie di regole del tutto distaccate da qualsiasi Via o Virtù, e quindi saggezza, che in ciò diventano riti, procedure e che anziché portare vera giustizia e regola, portano al disordine sociale e all’ingiustizia di fatto.
Veniamo ora alla parte più propriamente letteraria di questa opera, e ai suoi riflessi sul modo di usare la parola nella scrittura sia narrativa, sia poetica.
Il linguaggio comune elaborato dall’uomo si fonda su un sistema di logica binaria ,degli opposti, bianco e nero, positivo o negativo. La realtà invece è data dal principio di contraddizione o di coincidenza degli opposti, secondo la tradizione taoista. Ecco allora che per aderire al reale, alla vita, alla natura, il linguaggio dovrà per forza essere paradossale. Il linguaggio capace di esprimere la realtà non può usare una logica comune oggettiva, descrittiva, ma deve essere evocativo, intuitivo per lasciare spazio alla coscienza e alla meditazione come unica maniera data per conoscere. “Le parole vere/suonano al contrario.”(cap.78). Ecco dunque che la parola scritta narrativa o poetica per potersi fare interprete della realtà e della vera natura delle cose, deve fondarsi su un suono profondo che riproduca l’armonia dell’universo. Il linguaggio in grado di comunicare l’esperienza in modo universale è un linguaggio fatto di suono, di vuoto, di toni ed assonanze fortemente musicali che possano riprodurre l’armonia dell’universo che si fonda proprio su una unione degli opposti , di Essere e Non-essere, di vuoto e di pieno. Solo un linguaggio musicale che venga dal profondo può interpretare il Tao che è Via vitale dell’essere.
Questo linguaggio può essere quello poetico, ma anche quello narrativo. Ciò che conta per essere via alla conoscenza e tramite all’intuizione è che sia evocativo, un’unione di assonanze e di ritmi.
Penso ai mantra del buddismo. A “Om Sai Ram” , in particolare il mantra “Om” con il quale si inizia ogni preghiera buddista. Om deriva dal sanscrito e significa Via, Regola, come il Tao. Il mantra si recita su una sola nota, usando la respirazione in modo profondo. In questo modo il suono monocorde che ne esce nella preghiera è un “A U M” suggestivo che inizia con una inspirazione e finisce nell’espirazione. Il significato sta proprio nel riprodurre col suono della voce e la respirazione che lo accompagna l’armonia profonda dell’universo al momento della creazione.
Passo a questo punto all’opera di Paolo Ruffilli, ed in particolare a quella della piena maturità artistica, penso alla poesia di Le stanze del cielo e alla prosa di Un’altra vita.
Alla luce della tradizione sapienziale taoista e di quanto la Regola ci insegna, riesco a comprendere meglio la novità di queste ultime opere rispetto alle precedenti, pur in una continuità di stile e di contenuti. C’è nell’ultimo Ruffilli una ripresa ed un approfondimento di temi affrontati in precedenza, ma con una forma stilistica quasi del tutto svuotata da influenze del linguaggio descrittivo basato su una logica binaria. La parola è armoniosa e musicale, è paradossale ed evocativa. Lascia spazio all’immaginazione con una forma narrativa fatta più di vuoti che di pieni. Lo stile è certamente un’evoluzione di quello stile sobrio, incisivo e non elegiaco, senza sbavature di alcun genere, che già caratterizzava Ruffilli. Lo stile di un testimone che non parla di sé, ma si fa interprete degli altri e delle loro vite Ma qui c’è qualcosa di più. L’immaginazione prende una forma ancora più spirituale ed universale, tanto che le stanze dell’autore diventano le stanze ed il cielo di tutti, la sua ossessione per la prigionia quella di ogni essere umano, il suo dolore, il dolore del vivere stesso. E gli amori di cui ora ci parla, queste venti storie da attraversare in cerca di un’altra vita, sono amori in cui tutti possono vedere riflessa la propria immagine. I protagonisti non hanno un nome, i luoghi possono essere ogni luogo, e i sentimenti quelli riposti nel fondo di ogni anima. Tanti amori, e un unico amore. Un’unione, come la vita è unione, nella perfetta coincidenza degli opposti.
Di cui esempio più evidente in natura, è proprio l’unione fra uomo e donna, intesa però come abbraccio partecipe e non come fusione. Le opposte identità restano opposte, ma in uno scambio continuo che alimenta il fiume della vita e della natura profonda dell’universo. Essere e Non-essere “pur se nati insieme, hanno nomi diversi/e in comune solo il mistero./Sono il mistero più fondo del mistero,/la porta di ogni meraviglia.” E Paolo Ruffilli con la sua parola ci porta alla soglia di questo mistero.
Cito da Un’altra vita: “Per stringere la vita come abbracciare il proprio amante, e per goderla tutta intera, per forza si doveva morire nel frattempo e mettersi la morte dentro, così come accadeva poco alla volta. E che altro era, la primavera, appunto, se non uno dei rantoli e sobbalzi di quella morte da cui si risorgeva?” La lettura di questo autore comporta un’apertura ad immergersi totalmente nel mistero della vita per coglierne la profondità. E il significato della narrazione è l’interpretazione, attraverso la parola, della Via., o, più semplicemente, delle ragioni misteriose ma indilazionabili della vita e dell’essere.
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POETI IN CONSOLLE : Guido Passini

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Guido Passini è nato a Bologna nel novembre del 1978. Ammalato di fibrosi cistica, scopre di avere una grande passione per la poesia e di volerla condividere con tante altre persone. Nei suoi versi Guido libera l’anima : la poesia diventa così respiro di vita. Nel 2009 pubblica il suo primo libro di versi, Io, Lei e la Romagna, Fara Editore, Rimini. E’ curatore delle antologie poetiche Senza Fiato, Fara Editore, 2008, Senza Fiato 2(In ricordo di te), Fara, 2010 e Come farfalle diventeremo immensità, Fara, 2014. E’ fondatore e 1° Trustee del “Davide e Guido – Insieme – Fibrosi Cistica Trust Onlus” ,una iniziativa apolitica e senza scopi di lucro che nasce dalla volontà di un gruppo di persone che vogliono lottare contro la Fibrosi Cistica.

http://www.davideeguidoinsiemefctrust.it/

Ci sono due errori che si possono fare lungo la via verso la verità…..non andare fino in fondo,
e non iniziare.
(Confucio)

ANIMA

Tranquilla come roccia
levigata dall’acqua,
disorientata come polline al vento,
colonizzata da piccole termiti
che lentamente, costanti,
consumano il loro pasto
abusandone.
Annodata al corpo
fiera di esistere.

PUNTO MORTO

Non trovo la via d’uscita,
sbatto e risbatto contro spigoli bui.
Mi ritrovo a navigare in cisterne
di nulla: annaspando, tento di sollevare
la testa per prendere fiato,
trovo solo sbarre che mi bloccano.
Un senso di impotenza mi grava
sulle spalle, riportandomi giù,
giunto fino in fondo decido di restare
solo, solo con il mio silenzio.

SEI TU

E’ l’amore che mi mantiene in piedi,
quando sono stremato, combattuto,
sono le tue carezze che rilassano
la mente quando il silenzio è d’obbligo.

Sono i tuoi baci che mi scaldano
quando il gelo tenta di catturarmi,
sono le tue parole che mi riparano
dalla pioggia di sale che mi sovrasta.
Sei tu la parte migliore di me.

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I MAESTRI: Mario Specchio

mario specchio premio il fiore luglio 2008
Mario Specchio (Siena 1946-2012) è stato poeta, critico, saggista e illustre germanista. Ha insegnato Letteratura Tedesca e Traduzione Letteraria presso l’Università di Siena. Centrali, negli anni della sua formazione, sono gli incontri con lo scrittore Romano Bilenchi ed il poeta Mario Luzi al quale ha dedicato il volume Colloquio, edito da Garzanti, 1999, una biografia critica in forma di conversazione. Ha pubblicato i libri di poesia A piene mani, Vallecchi 1974, Nostalgia di Ulisse, Passigli 1999, Da un mondo all’altro, Passigli 2007, e il volume di racconti Morte di un medico, Sellerio 2004, con Prefazione di Antonio Tabucchi. Delle sue tante traduzioni da Goethe, Rilke, Hesse e Celan, ricordiamo Urfaust di Goethe rappresentato alla Biennale di Venezia nel 1985 e Poesie alla notte di Rilke, 2000, ancora di Rilke, La vita di Maria, 2007. Ultima sua opera letteraria è stata Passione di Maria, Edizioni Feeria, San Leolino, 2013, pubblicata postuma e illustrata con preziosi dipinti di Ernesto Piccolo.

Da Passione di Maria:

XIII

Risorgerai, lo so, ma non mi basta.
E noi quando potremo riabbracciarci?
E sarà in questa carne, in queste vesti
nel colore degli occhi
nel sorriso
che solo qualche volta nell’infanzia
ho visto illuminare il tuo bel viso?
E se in modo diverso come allora?
Lo so, si sta perdendo la mia mente
ma nelle viscere di una madre
neppure l’occhio di Dio può penetrare.
Perdona, sono nata da donna
sono terra
sono fragile come ora lo sei tu
e il prezzo da pagare è disumano.
E se è solo così che si riscatta
il male della terra
io ti domando
Figlio, figlio di carne
quale cielo
sarà tanto lontano dalla cima
di questo monte
da conservare intatto il proprio azzurro?
*
ernesto piccolo-2
XV

Mi sono portata con fatica
sino al sepolcro,
mi hanno detto che sei resuscitato
ed ho guardato
il tuo cielo
il cielo che tremò quando gridasti
Dio mio, Dio mio
perché mi hai abbandonato?
Ora è azzurro
e le nuvole d’aprile
hanno dimenticato quanto accadde
solo tre giorni fa,
anche la ferita più profonda
rimargina presto
a primavera.
Ora tutto è finito
sei tornato
alla patria celeste
so che presto
mi porterai con te.
Ti attendo Figlio
attendo quel momento
e ne ho spavento
lasciare questa terra
sarà più difficile per me
di quanto fu per te.
Ma sono qua, ti attendo,
fu soltanto un’attesa
la mia vita.
NZO-passione di maria
*
Congedo

Pittore che hai finito i tuoi colori
dipingi con il sangue
non lasciare
interrotto il ritratto della vita.
Altri verranno e aggiungeranno terra
di Siena ocra e arancione
allo strano disegno che tu tracci.
Ma tu solca col sangue la tua tela
i colori più belli sono quelli
che nessuno ricorda
sono quelli
che il vento ruba ai fiori
e agli aquiloni.
da A piene mani, Vallecchi, 1974

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POETI IN CONSOLLE: Met Sambiase

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Simonetta Sambiase (Met in arte)fa studi Artistici (Michele Sovente come docente di Letteratura contemporanea) e ha passione per la scrittura. Pubblicista, impiegata part-time, coordinatrice femminile dell’Ust della Cisl di RE. Ha curato dei progetti culturali fra cui Duplice complice, Senza abbassare lo sguardo, Fibrarosa e l’operato poetico di Cose Salve (marzo 2013, insieme a Pina Piccolo, sul terremoto dell’Emilia) e ha collaborato a Il Cielo di Lampedusa (Modena novembre 2013). Cura insieme a Federica Galetto, il progetto “Exosphere” e collabora con il blog “Carte Sensibili”. Fra i suoi lavori editi Coniugazione singolare con la postfazione di Milo De Angelis, I quaderni dell’agnizione con il contributo dell’associazione Lucaniart e la prefazione di Lorenzo Mari e Leporis (in)canti matrigni. Il libro d’esordio è stato Una clessidra di grazia. E’ stata segnalata al premio Giorgi, al premio San Vitale di Bologna e al Premio Fortini (II e IV ed). Finalista di Verba Agrestia 2012 e 2013, è stata scelta nel concorso per la V edizione di 8 poetesse per l’8 marzo. Varie partecipazioni in antologie, fra cui l’antologia “Sotto il cielo di Lampedusa” (prefazione di E. De Luca) dei 100thousand poets for change, gruppo di cui fa parte nel suo territorio regionale e varie antologie su tematiche sociali. Il link del suo blog personale è “Il Golem femmina”: http://methsambiase.wordpress.com/.

(Inedita)

Ci si addormenta nelle parole e negli addii
si zittiscono
le porte, il suono si assopisce su di noi
e sulle lingue o ci avvinghia al collo
troppo vicino alla morte del passato amore,
di ogni amore uscito e non tornato
come si pensava che fosse,
come scemato e disperso
l’intenso vortice di passione
sorella di te stessa o madre notte o gatta da strada
ancora sole dentro le case
dove tutti e molti tentano di seppellirci
come amanti assassini.

***
da I quaderni dell’agnizione
***
images
Potrebbe alla fine riempirsi di tanto in tanto
sarebbe uno specchio di terra, sembrerebbe
l’Apocalisse nei tombini, nei canali in piena
nelle rigature nervose delle conchiglie
ma lo spazio che ingrigia il cielo è una lebbra
non si cura
al caldo delle lenzuola di casa o delle nostre certezze
nel buio appare qualcosa che ogni goccia
non può più asciugare
la pioggia scioglie ogni cosa
la pioggia sradica le cose
scioglie i trucchi delle donne e le loro nostalgie ignude.
***
Ce n’è voluto per chiamarti
figlio
e mio ossigeno ed io tua elettrogena madre
smagrire i nomi che ti ho dato
lasciarti abitare fuori di me
riparare il cordone che m’ha fatto forma e lingua
ero un monastero
tra i tuoi piedini nudi
che lo percorrevano freatici
assidui anni di bianco e nero
transizione del participio
dell’esserti e dell’averti, l’avere
rimettendoti al mondo
un’antologia di vita che annienta ogni pagina precedente
nei caratteri, nei segni e negli incroci
di quegli occhi – volpi antiche – e disordine
la dismissione di ogni morte – sei –
la dimora
che mi assomiglia e mi lacrima l’occhio.
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Nazario Pardini. Due poesie: “Alba” e “Francesca”

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Da Poemetti onirici

Alba

Era bello vederla camminare per strada
col dolce portamento
di donna naturale. Sempre in mano
un mazzetto di fiori che mieteva
o sui cigli o nei campi ove incedeva
balzando da fossette con mossette
da elegante cerbiatta. Pure il nome
le si addiceva. Alba. Un po’ rosata
come quella che sorge aperta e schietta
oltre quei monti poco in lontananza,
e nello stesso tempo tanto chiari
da sentirli a portata, al mio paese.
Le era buon compagno un sorridente volto
per quelli che accostava.
Eppure contadina non sembrava
a meno che palpassi la sua mano
impastata di creta e modellata.
Era, paese, il tempo che flettevi
le mura d’aria sopra i biondi grani.
E lei li diradava, canticchiando,
dai sanguigni papaveri
così rossi come il sole di giugno
quando esplode a radere le terre.
Tu, tanto più vecchio, puoi rammemorare
i lunghi crini fulvi come spighe
pronte oramai per essere recise
dalla falce lucente. Anche la luna
si metteva a sostare, assieme a lei,
discesa a terra a sfidare le lucciole.
E quanto amava stare là in prima sera
quando l’asolo porta le sue essenze
d’erbe mature che avide di guazza
si accalcano di aromi. Ti ricordi?
“Falbe le mie parole nei meriggi
ti siano come i trilli delle foglie
del quercio nella mano. Sempre fresche
saranno alla calura risplendente
attorno alla sua chioma. Sentirai
l’animo ardente penetrarti a fondo
da gaie primavere.” Le mie rime
continuavano fluenti come l’onde
fiottanti dei suoi grani. Mai le lessi
quei versi giovanili. Solo un giorno
trovai il coraggio e forse avrei gridato
i piacevoli suoni. Era il mattino:
i voli dei rondoni
radevano di gridi il suo cortile
gravido di richiami.
Ma la voce del padre mi mozzò
quell’entusiasmo. Il balzo ho dentro l’anima:
si defilò fulmineo il suo profumo
di ghianda novellina. Mio paese,
siamo due oggetti in mano ad un destino
abbastanza impietoso. Tu lo vivi
con l’animo di pietra consumato
da secoli di storia, ed io lo vivo
da fragile mortale: un solo fatto
può essere sì forte dentro me
come duemila messi assieme. Si
rischia la morte se viene l’autunno.
Si ammalava nel cielo ogni esplosione;
solo un ricordo il tempo delle spighe!
E furono asfodeli e crisantemi
i fiori che associavano
i fradici scolori di stagione.
È doloroso il ricordo. Ed è inutile,
l’estremo pensiero del male
che una stagione porta sempre eguale
a ogni lembo di terra. Così giovane
passire con le foglie quando i canti
son meno cristallini,
non so!, ma forse ad Alba fu più caro.
Tutto era amaro: lungo le tue strade
povere e invecchiate, sopra le facciate
malate di novembre, e a te d’attorno,
ovunque, piccolo spazio in certi
fatti così greve, o mio paese,
da non sembrare certo innocua terra.

Da I canti dell’assenza

Francesca

Francesca mi parlava sulla rena
infuocata dal sole dell’estate.
Mi parlava del mare, della vita,
delle colline verdi che accendevano
i loro abbrivi in cuore al blu del cielo.
Mi diceva Francesca dei suoi sogni,
della sua casa candida assediata
da boschi e girasoli. La campagna
l’aveva dentro il cuore. E la vedeva
anche in quel mare inquieto e sconfinato –
ci si sperdeva libera -.
“E’ verde il mare come la mia avena”,
mi diceva Francesca. E delle assenze
mi parlava: di quella di sua madre.
Del dolore, del pianto, ma dagli occhi,
schegge di rara giada, le schizzavano
le parole non dette. Poi un bel giorno
mi raccontò di un sogno – le tremavano
le labbra e ed i pensieri -: “Fui rapita
e trasformata in una nube bianca.
Fui trasferita in cielo in compagnia
del brillio delle stelle e dell’azzurro.
Sì!, proprio là restai tutta la vita;
fra l’assenza dei mali e dei dolori;
spersa nell’aria pura dell’eccelso”.
Un giorno il sole a picco dell’agosto
forava l’ombrellone. Ed io attendevo.
Mi mancavano già
i sogni, le parole,
il suo tremore,
le mosse sensuali delle labbra,
quei gesti di fanciulla un po’ innocente,
disposta a rovesciare sulla rena,
calda d’estate, l’anima serena
e il suo futuro. Mi mancava Francesca.
Mai più la vidi. Mi dissero di lei…
Realizzò il suo sogno. Volò in cielo.
Un’altra stella in più in cuore all’azzurro.
Od una nube bianca che volteggia
libera, Francesca, verdi gli occhi,
color di cioccolata la sua pelle.
ruellesToscana1
Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Critico letterario, saggista, blogger, poeta, laureatosi in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia, è inserito in Antologie di rilievo. Per citarne alcune: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo) edita da G. Laterza, Bari 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse” edite da Lineacultura, Milano 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, di E. Rebecchi, Piacenza 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana” di P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine, Roma 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, S. Ramat – N. Bonifazi – G. Luti, Helicon, Arezzo ‘99; Dizionario Autori Italiani Contemporanei, Guido Miano Editore, Milano 2001; Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Dizionario degli autori italiani del secondo novecento, Helicon 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004 […]. Ha pubblicato 22 sillogi di poesia, un libro di racconti, (tutti premiati) note critiche e prefazioni per numerosi autori contemporanei. Moltissimi i premi letterari vinti, fra cui nella terna (Baudino, Mussapi, Pardini) al Premio Pisa 2000 con l’opera Alla volta di Leucade. Hanno scritto di lui critici famosi, fra cui: M. Luzi, G. Luti, V. Vettori, D. Carlesi, S. Guerrieri, P. Ruffilli, N. Di S. Busà, G. Giacalone, L. F. Accrocca, B. Sablone, A.Piromalli, S. Ramat, V. Esposito, Malinconico, E. Rebecchi, A. Nazzaro, A. Spagnuolo, Bàrberi Squarotti, L. Bruno, A. La Rocca, C. G. Lapusata, P. Celentano, B. Marniti, N. Bonifazi…, e riviste specializzate, fra cui “Poesia”. Il “Città di Pontremoli 2012” è l’ultimo Premio Letterario vinto con l’opera:
L'azzardo dei confini
L’azzardo dei confini, BookSprint, Salerno, 2011, pp, 220. L’ultima opera edita: Scampoli serali di un venditore di arazzi, The Writer Edizioni, Milano, 2012, pp, 222.
Pardini_2012Pubblicazioni: Foglie di campo. Aghi di pino. Scaglie di mare, L’Autore Libri, Firenze, 1993, finalista al Premio Editoriale omonimo; vincitrice del Premio “Cava De’ Tirreni”, Cava De’ Tirreni; del Premio “La Pieve”, Baccano-Arcola; del Premio “Trasimeno”, Perugia; del Premio “Identità”, Pontedera; del Premio “Duomo” Orvieto; del Premio “Clitunno”, Perugia; Le voci della sera, L’Autore Libri, Firenze, 1995 (con prefazione di F. Romboli), vincitrice del Premio “Le Stelle”, Savona; del Premio “Cava De’ Tirreni; del Premio “S. Benedetto”, Norcia; Il fatto di esistere, Lineacultura, Milano, 1996 (con prefazione di N. Di Stefano Busà), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; vincitrice del Premio “San Leonardo”, Parma; del Premio “Il Portone”, Pisa; del Premio “Città de La Spezia”, La Spezia; del Premio “Calentano”, Corato; La vita scampata, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1996 (con prefazione di S. Guerrieri), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; del Premio “Calentano”, Corato; del Premio “C. Tacito”, Terni; del Premio “Le stelle”, Savona; L’ultimo respiro dei gerani, Lineacultura, Milano, 1997 (con prefazione di N. Di Stefano Busà), vincitrice del Premio “Città de La Spezia”, La Spezia; La cenere calda dei falò, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1997 (con prefazione di S. Sodi), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; del Premio “Padus Amoenus”, Sissa; del Premio “Maestrale S. Marco”, Sestri Levante; Elegia per Lidia, Centro Culturale “Il Golfo”, La Spezia, 1998, vincitrice del Premio Editoriale omonimo; del Premio “Violetta di Soragna”, Parma; Suoni di luci ed ombre, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1998 (con prefazione di G. Albanese), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; vincitrice del Premio “Calafuria”, Livorno; Gli spazi ristretti del soggiorno, Editoriale “Le Stelle”, Savona, 1998 (con prefazione di R. Pancini), vincitrice del Premio Editoriale omonimo; Sonetti all’aria aperta, Il Portone/Letteraria, Pisa, 1999 (Vernacolo, con prefazione di B. Gianetti), vincitrice del Premio “Fucini”, S. Giuliano T.; Paesi da sempre, Chegai Editore, Firenze, 1999 (con prefazione di E. Andriuoli), vincitrice del Premio Editoriale “Parole” Firenze; del Premio “S. Gennaro Vesuviano”, (NA); Alla volta di Leucade, M. Baroni Editore, Viareggio, 1999 (Con prefazione di V. Vettori e postfazione di F. Romboli) vincitrice dei Premi: Tanzi, S. Mauro. a Signa; Aeclanum, Mirabella E.; Violetta di Soragna, Parma; La fonte di Ippocrene Modena; Premio Le Muse Pisa; Radici, Edizioni G. Laterza, Bari, 2000 (con prefazione di A. La Rocca), vincitrice del Premio Editoriale “Calentano” Bari; Si aggirava nei boschi una fanciulla, Edizioni E.T.S., Pisa, 2000 (Con prefazioni di D. Carlesi e V. Vettori) Segnalazione Speciale al Premio Pisa 2000; vincitrice del Premio “Bargagna”, Pontedera; D’Autunno, Edizioni E.T.S., Pisa, 2001 (Con prefazione di C. G. Lapusata), vincitrice del Premio “La fonte d’Ippocrene”, Modena; Le simulazioni dell’azzurro, Edizioni E.T.S., Pisa, 2002 (Con prefazione di F.Romboli e Postfazione di Lucia Bruno); Poesie di un anno, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 2002; Dal lago al fiume, Edizioni E.T.S., Pisa, 2005 (con prefazione di P. Fabrini); Canti d’amore, Edizioni Booksprint, Buccino, 2010, vincitrice del Premio “Di Liegro”, Roma; Riccardo. Racconti brevi, Edizioni Booksprint, Buccino, 2010, vincitrice del Premio “S. Maurelio”, Ferrara; L’azzardo dei confini, Edizioni Booksprint, Buccino, 2011, vincitrice dei Premi: “Toscana in Poesia” Viareggio; “Via Francigena”, Brescia; “Il Forte”, Forte dei Marmi; “Città di Pontremoli”, Aulla; “Aeclanum”, Mirabella Eclano; “Paestum”, Paestum; “Premio Nazionale di Arti Letterarie”, Torino; Scampoli serali di un venditore di arazzi, The Writer Edizioni, Milano,2012;Dicotomie, The Writer Edizioni, Milano, 2013.In gran parte edite come vincitrici di premi editoriali;Lettura di testi di autori contemporanei; I simboli del mito (Premio Pomezia);
A colloquio con il mare e con la vita (Premio Libero de Libero).
9788897341536Canti d'amore

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POETI IN CONSOLLE: Matteo Bianchi

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Matteo Bianchi, classe 1987, si è laureato in Lettere Moderne a Ferrara. Oggi si sta perfezionando in Filologia e Critica della Letteratura presso la Magistrale di Ca’ Foscari. Ha pubblicato le raccolte Poesie in bicicletta,Este Edition 2007,Fischi di merlo , Edizioni del Leone 2011, con una nota di Mario Specchio, e L’amore è qualcos’altro (Empirìa 2013), scritta a quattro mani con Alessio Casalicchio, con note di Roberto Pazzi e Giancarlo Pontiggia. È caporedattore delle Edizioni Kolibris, si occupa di ufficio stampa e collabora con il quotidiano “la Nuova Ferrara”, “Gagarin. Orbite culturali”, “SITI – Unesco World Heritage Sites Journal”, “QuiLibri”, “L’immaginazione”, e online con “Poesia 2.0” e “Alleo”. Cura il blog d’autore “inedito zero” su Repubblica.it (http://ineditozero-ferrara.blogautore.repubblica.it/ ), la rubrica “La Città dei Silenzi” sull’Annuario di Tellus (LaboS Editrice), e collabora a Punto. Almanacco della Poesia Italiana (puntoacapo Editrice). Numerosi i suoi articoli apparsi sul portale Rai Letteratura. È presente con liriche, interviste e argomentazioni critiche in svariate riviste e antologie, tra le quali In questo margine di valige estranee e Quel poco che sappiamo (Giulio Perrone, 2011) e L’evoluzione delle forme poetiche. La migliore produzione poetica dell’ultimo ventennio 1990-2012 (Kairós, 2013). Gianmarco Busetto ha interpretato sue poesie nell’audio-raccolta Con altra voce. Ventiquattro poesie. Ha fondato il Collettivo “Corrente Improvvisa” con Anna Ruotolo, di cui ha curato l’antologia Poeti di Corrente (Le Voci della Luna, 2013). Cura In gran segreto (www.ingransegreto.com ), rassegna annuale di poesia contemporanea a Ferrara e nel 2009 ha fondato l’Associazione Culturale “Gruppo del Tasso” (www.gruppodeltasso.it ). È stato tradotto in francese da Antoine Isenbrandt-Pitton sulla “Revue Verso” di Lucenay, n. 153, aprile – giugno 2013, e in inglese da Christopher Channing su “Pelagos Letteratura”. Ha una pagina a lui dedicata sul sito “Italian Poetry”.

Da Fischi di merlo, Edizioni del Leone, Venezia, 2011

Facciamo così:
tu spegni la luna,
io raccolgo i cocci
di stelle brillare
e arrotolo il cielo,
persiano di fine fattura.

La mia luna
si è persa.
Mi avanza
il solito buio
marcio
e stramarcio.

*

La pioggia scava
la condensa sul vetro
e lascia a sé
lo sguardo spento.
Il grigio è denso
e rigato:
è segnato
il carcerato
dietro le sbarre
di ferro consumato.
Tutto di fuori è assonnato,
ma dentro impreca,
grida l’immenso.

Mi sento un’ombra
di chi non so
di chi non c’è
tra la folla.

*

Buonsenso naufragato
fiaccato di continuo,
compagno di avventure
e di trambusti…..
approdare accaldato
trascinato nel trionfo,
tra le vesti statuarie
e il tonfo delle grida,
piuttosto che celare
una sconfitta al giorno,
minuta, uno spillo da cucito:
la libbra non muta.
Sono legato a proseguire
su zattere di legno sottile,
su accenni, umori storti
e talvolta deboli sorrisi
disciolti elisir di salvezza
i miei raggiri.

*

Finirai un giorno
pure tu, nuvolosa,
dall’altra parte dello specchio,
quella ombrosa.
Quella stretta senza il retro.
Cercando l’ego di continuo.
Io, invece, sarò di là,
o di qua.
Tirerò il fiato
in quella ariosa.
Sollevato
senza riflesso
libero da me stesso.

copfischidimerlo

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POETI CONTEMPORANEI: Caterina Trombetti. Il “canto” all’alba del secondo millennio

Caterina Trombetti è nata a Firenze, dove si è laureata in Pedagogia e ha conseguito il Diploma Perfezionamento post-laurea in Traduzione Letteraria. Vive ed opera a Scandicci dove svolge l’attività di insegnante e si occupa in modo prevalente dell’educazione degli adulti. Precedentemente aveva svolto il suo lavoro con adulti minorati, poi con adulti cui era stata negata la possibilità dell’istruzione scolastica, e poi con adulti all’interno delle carceri. Esperienze che hanno avuto una importanza fondamentale nella sua formazione. Ha collaborato con l’istituto di Educazione degli Adulti della facoltà di Pedagogia dell’Università di Firenze per ricerche sull’apprendimento lungo l’intero arco della vita. Intensa è la sua attività di promozione alla lettura attraverso incontri con gli studenti nelle scuole.tromcate
Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: Il pesce nero (1990); L’obliqua magia del tempo (1996); Fiori sulla muraglia (2000); Stelle della mia Orsa (2002); Dentro il fuoco (2004); Frammento (2004); Poesie per Algeri (2012).
Ha inoltre curato la raccolta di poesie Dal cielo cascò una rosa. Voci poetiche dal carcere (2010). Ha ricevuto numerosi riconoscimenti e premi, in Italia e all’estero. Le sue poesie sono state tradotte in spagnolo, francese, russo, inglese e arabo.

Da Fiori sulla muraglia, FLORENCE ART EDIZIONI, Firenze, 2012

SACRA, LA VOSTRA EREDITA’

Da geni ancestrali
generata
ma sgorgato da voi
il senso ed il pensiero,
si è espresso
il vostro seme
nutrito d’amore.

Ho imprecato
al mio esistere,
eppure grata
al vostro incontro
in ogni tempo mi ritrovo.

E’ per me
il mattino che brilla
e il cupo dei tramonti,
le notturne visioni,
l’ardore dei sensi.

Attimi ed infiniti
tempi assaporo
e cammino
e dentro di me vi porto
mentre cresce sempre più
l’intendimento
della sacra vostra eredità.

IL MONDO E’ DI TUTTI

Il mondo è di tutti.
Eppure una élite osserva
dall’alto e si sente padrona
di oggetti e persone.
Dalla sua postazione studia
quel panorama.

Riduzione totale.

Un brulichio in continuo fermento
gli si offre innocente, lo può cogliere
in ogni momento

con la mano enorme che ha.

E l’élite investe se stessa
del potere assoluto di intelletti
e di affetti. Lei sola può capire
lei sola può sentire.
Così, prepotente, si innalza
a parlare per gli altri
mentre dice solo di sé.

Il mondo è di tutti
e tutti sono il mondo.
Laggiù tutto continua,
ciascuno porta avanti il suo destino,
chi si gloria di guardare dall’alto
si illude, guarda solo da qui.
copfiori

Da Poesie per Algeri, FLORENCE ART EDIZIONI, Firenze, 2012

TRACCIA

Non parlo di giorni lunghi
come ombre vertiginose ai poli,
parlo del rapido,
immediato scorrere del giorno
nella sua luce piena,
nel suo abbaglio.

La cecità spalanca le porte.
Omero il veggente,
Omero il narratore errante,
tante voci la sua voce
d’oriente e d’occidente,
la sua voce sempre.

Tam tam di altre vite,
tam tam di altre storie.

Ma è la tua vita, è la tua storia.

Omero cieco nel suo incessante andare
sprigiona il profondo,
parla di eventi, battaglie, viaggi,
di incontri e di prodigi.

Ha spalancato le porte
e ci ha dato la chiave.

copalgeri

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Poeti contemporanei : Nazario Pardini. Tre poesie inedite.

25035192
Contro le lune

Ho sempre fissa, padre, la tua immagine;
i nostri sogni, il cielo: prevedere
dure gelate a divorare pane,
piogge future ad annullare semi;
e brezze, e folate affilate
a recidere illusioni mai appagate.
Eppure si aspettava primavera
immaginando anche il suo profumo
nel suono nemico dell’urlo invernale.
È sempre fissa, sì!, la tua visione:
tronco scheggiato da lame
forgiate dal tempo;
fronda sfrascata da inverni ribelli;
idea appesantita
da troppe lune piene. Sì!, ti rivedo
ancora qui con me, padre immolato,
a regalarmi odori d’erbe offerte
alle frullane lucide di sole.

Sai, padre!
Qui non ci sono più terre feraci
disposte a dare vita
a mèssi generose;
fronde feconde
ad ospitare nidi da allevare.
Sulla tue terre crescono le case
abbracciate fra loro
come pietre di cava sopra storie
destinate a finire. Chiedo solo
– al cielo, a qualcuno, non so a chi –
che mi mantenga in seno la tua voce,
che mi mantenga in cuore il tuo sorriso,
il tuo sagrato profumato d’erba,
e la tua voglia, maledetta voglia,
di seminare sogni anche nei giorni
più neri della notte.
Contro le lune.

13/05/2013 h. 11

Volerei felice fra le reste

Potessi io correre
il vento cavalcando a pelo
la mente alla criniera
e l’anima con te alta nel cielo!
Nessun pensiero
mi assalirebbe di dolore o di paura
sui sentieri di campo solitari
di papaveri tinti e di ginestre.
Volerei felice fra le reste
scricchiolanti di calura estiva
alla deriva
in possesso dei suoni e degli afrori
della mia madre antica.
Mi è nemica solo
la stasi e la paralisi.
Mi è nemica
la mancanza di forza e di energia
che l’anima possiede e se ne invola
lasciando attero a terra
l’involucro che più ormai ne è vela.

26/07/2013 h. 11
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Il raggio di un pensiero

Cara,
cala puntuale la sera sul mare
ad immolare il giorno alle memorie;
e quante primavere sono scorse,
quanto affollata
l’alcòva dei ricordi;
forse impigliati in risvolti d’azzurro
abbiamo ceduto
al correre dell’ombre;
al correre di autunni indifferenti
alle fulgide carezze delle foglie.

Amore,
arriverà presto sul mare maligna
la notte più fonda dell’ultimo autunno
e non feconderà con i suoi resti
gli assenti abbrivi della primavera.

Ma sarà forse il raggio di un pensiero,
di un verde pensiero smarrito
in gorghi di vita, a riaffiorare,
per far da stella a questo naufragio
nel mare nero del nostro eterno esilio.

30/11/2013 h. 10,30

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